In un video che ho molto apprezzato, di recente, Gianluca Spadoni ha usato un’immagine semplice ma molto potente.
Vestirsi bene, soprattutto quando si ricoprono ruoli di responsabilità, dovrebbe farci pensare a quando i nostri nonni indossavano il vestito buono la domenica.
Questo concetto mi è rimasto in testa.
Per molti dei nostri nonni il vestito buono era uno. Lo tenevano per la domenica, per una cerimonia, per una visita importante. Insomma, era per un momento a cui volevano attribuire un certo peso. Si può dire che indossarlo fosse un piccolo rito. Comunicava (al mondo ma anche a loro stessi) che quella giornata meritava cura.
Oggi non funziona più così. Quel codice si è praticamente dissolto. Gli ambienti di lavoro sono diventati più informali, i confini tra ufficio e vita privata si sono assottigliati. E diciamocelo: di sacro, fuori e dentro le chiese, ormai non è rimasto più molto.
Viviamo in un’epoca che tende a dissacrare tutto. Un’epoca in cui molti codici sono diventati deboli e i gesti che un tempo segnalavano importanza sembrano ormai superflui.
Ascoltando le parole di Gianluca però, non posso che pensare ai principi che si nascondevano dietro le vecchie abitudini. E a quanto le cose che contano meritino la massima cura. La massima attenzione.
Per noi imprenditori, questa verità non andrebbe mai dimenticata: soprattutto quando potrebbe sembrare scontata.
Quanto conta quello che indossiamo?
Nel 2012 Hajo Adam e Adam Galinsky hanno introdotto il concetto di enclothed cognition, osservando in alcuni esperimenti che indossare un camice associato all’attenzione poteva modificare la performance in compiti attentivi. Il concetto è stato poi esplorato in altri studi, anche sull’abbigliamento formale, mentre successive repliche hanno ridimensionato alcuni dei risultati originari.
Questo significa forse che se metti la giacca penserai meglio? No, ma dimostra certamente che gli abiti hanno significati, e che quei significati entrano nel modo in cui leggiamo una situazione. Per questo possono contribuire a come ci sentiamo anche dentro quel ruolo.
Il vestito come dichiarazione
Andiamo dritti al punto, quindi: il vestito è, anche e soprattutto per questo, una dichiarazione. Una dichiarazione che facciamo agli altri (e cioè a tutte le persone che incontreremo nel corso della giornata) e che facciamo a noi stessi (ricordandoci il peso e la responsabilità del nostro lavoro).
Da questo punto di vista, un abito è un po’ come una bottiglia: può non dirci nulla sulla qualità dell’acqua che contiene, ma dice molto sulla forma con cui quella stessa acqua si presenta.
Il retaggio come responsabilità
Il vestito della domenica apparteneva a un sistema di gesti con cui si attribuiva importanza a un momento.
Possiamo perdere la forma e tenere il principio, se preferite. Per me, questo significa arrivare a una giornata di lavoro ricordando che le cose che contano meritano attenzione. Può essere un completo, una camicia, una giacca, una scarpa scelta bene. Per un’altra persona la stessa cura avrà una forma diversa. Il punto resta il gesto.
Vestirsi bene ogni giorno, in questo senso, è un modo di dire (di nuovo, a sé e agli altri): quello che vado a fare per me ha un valore.
Dietro quella che può sembrare superficialità, quindi, si nasconde un principio.
Quando chi guida l’azienda entra nella stanza
Senza contare la responsabilità pubblica per chi occupa un ruolo di vertice. Ogni presenza, per un CEO, contribuisce alla percezione che gli altri si fanno non solo della sua capacità manageriale, ma dell’azienda stessa. Parole, gesti e comportamenti entrano nella reputazione complessiva che circonda l’organizzazione.
L’abbigliamento è una parte molto piccola di questo sistema, ma non passa mai inosservata.
La gioia di cui parlava Gianluca
E poi, al di là di tutto, Gianluca ha ragione: andare al lavoro e occupare le posizioni che occupiamo deve portarci gioia. E quando qualcosa ci rende davvero felici, viene naturale presentarci bene! Ogni giorno è, e deve essere, come incontrare il nostro grande amore.
Per molti dei nostri nonni quel grande amore aveva un giorno preciso: la domenica. Per noi dovrebbe valere tutta la settimana. Perché, forse, Gianluca ha ragione: se ti vesti bene, è tutti i giorni domenica.
Domande frequenti
Esiste una ricerca sul rapporto tra abbigliamento e processi cognitivi?
Sì, ma i risultati vanno letti con prudenza. Il lavoro del 2012 sull’enclothed cognition ha trovato effetti dell’abbigliamento su alcuni compiti di attenzione; una replica preregistrata successiva non ha confermato uno degli effetti principali. Altri studi hanno osservato associazioni tra formalità dell’abbigliamento, percezione di potere ed elaborazione più astratta. Nel complesso, la ricerca suggerisce un rapporto interessante tra significato degli abiti e percezione di sé, senza autorizzare conclusioni semplicistiche sulla performance.
Vestirsi bene significa necessariamente vestirsi formali?
No. La cura può assumere codici molto diversi in base a settore, cultura, ruolo e personalità. Un abbigliamento professionale efficace tiene conto del contesto e comunica intenzionalità, senza bisogno di replicare un unico modello estetico.
L’abbigliamento di un CEO può influire sul personal brand?
Può contribuire alla percezione complessiva, soprattutto quando il leader è molto esposto pubblicamente. Diventa uno dei segnali attraverso cui le persone leggono stile, appartenenza e modo di stare nel ruolo. Il peso reale emerge sempre insieme a comportamento, parole e risultati.
Fonti e riferimenti
- Hajo Adam, Adam D. Galinsky, Enclothed cognition
- Nick Brown et al., An old task in new clothes: A preregistered direct replication attempt of enclothed cognition effects on Stroop performance
- Michael L. Slepian, Simon N. Ferber, Joshua M. Gold, Abraham M. Rutchick, The Cognitive Consequences of Formal Clothing

