Basta.
Basta, siamo stanchi.
Era il 1920 quando Karel Čapek immaginò per la prima volta una società che affidava alle macchine gran parte del lavoro umano. All’epoca quell’idea apparve rivoluzionaria: e così, l’opera arrivò sul palco a Praga nel 1921 nel clamore generale, introducendo la parola robot.
È una vita fa. In effetti, sono passati cent’anni. Quella storia parlava della dipendenza che nasce quando una tecnologia smette di essere uno strumento. Era finzione. Oggi è normalità.
Sì perché, se nel primo dopoguerra il robot entrava in fabbrica, oggi entra direttamente nella posta in arrivo e non fa stupire più nessuno.
Certo, non passa inosservato. Lo riconosci subito, fin dalla prima riga. Non perché scriva male, ma perché nella sua correttezza non dice niente su chi si firma, o sull’azienda che rappresenta. Costruisce una comunicazione che smette di creare identità e che risulta intercambiabile.
E diciamolo: gridiamolo con forza:
ci siamo rotti di leggere questo genere di mail.
E come noi, tante, tantissime realtà.

La mail è già parte della selezione
Non a caso, abbiamo iniziato a selezionare i nostri partner anche da come decidono di presentarsi.
Prima della call, prima del portfolio, prima ancora di entrare nel merito della proposta, c’è spesso una mail. E una mail generica, seriale, costruita per poter essere inviata a cinquanta aziende diverse, racconta qualcosa: ovvero quanto è stato studiato l’interlocutore, quanto è chiaro il motivo del contatto, quanta cura viene dedicata a una relazione prima ancora che esista.
È un criterio che ritroviamo anche in organizzazioni abituate a valutare continuamente nuove opportunità. Y Combinator consiglia ai founder che contattano gli investitori di costruire messaggi brevi, specifici e rilevanti per chi li riceve. E questo perché una mail, in simili contesti, è già una piccola prova di lavoro. E quando bisogna scegliere con chi costruire qualcosa, anche il modo in cui qualcuno sceglie di iniziare la relazione entra inevitabilmente nella valutazione.
Il suono dell’omogeneità
Questo succede perché le mail, i post e gli articoli scritti dall’IA sono irrimediabilmente omogenei.
Gli esseri umani scrivono in modo irregolare. Usano costruzioni strane. Cambiano registro a metà frase. Lasciano dettagli non necessari perché ci tengono a quel dettaglio. Fanno riferimenti che hanno senso soltanto dentro quella relazione. Queste imperfezioni sono una firma.
Quando lo strumento viene usato senza una direzione precisa, tende verso formulazioni plausibili, ordinate e facilmente accettabili. LinkedIn ha definito “AI slop” proprio quella produzione che appare curata in superficie e manca di prospettiva, esperienza o sostanza (ne abbiamo parlato qui).
Quando tutti usano lo stesso strumento con gli stessi prompt, tutti suonano uguali. In un ecosistema in cui tutti suonano uguali, emerge chi ha ancora una voce propria, e una volontà decisa.
Cosa si perde davvero
Una voce riconoscibile nasce da un punto di vista, da scelte linguistiche magari controverse, ma figlie di una visione e dell’esperienza, e dalla capacità di adattare il tono senza perdere identità.
Da questo punto di vista, la mail scritta con ChatGPT magari è il caso più visibile, ma il fenomeno è più ampio. E coinvolge LinkedIn, comunicati stampa, proposte commerciali. Tutto livellato: raso al suolo nei propri caratteri più personali.
Lo ripetiamo spesso: quando le parole sono intercambiabili, la memoria del destinatario non ha quasi nulla a cui aggrapparsi. E neanche le proposte di collaborazione conservano più lo stesso fascino, o appetibilità.
Il paradosso dell’efficienza
Chi usa l’AI per scrivere le mail pensa di guadagnare tempo. In un senso stretto è così. Produce di più in meno ore.
Esiste però un costo nascosto: ogni comunicazione che non lascia traccia consuma una possibilità di relazione. Il destinatario ha aperto quella mail, l’ha letta e non ricorda nulla di chi gliel’ha mandata. Decide allora di non proseguire con la collaborazione: ecco che il tempo risparmiato si trasforma in un costo irrecuperabile.
Una mail scritta da una persona può essere più breve, meno levigata e molto più efficace perché contiene il segnale che qualcuno ha pensato proprio a quel destinatario, in quel momento, per quella ragione.
Quanti contenuti sul web sono ancora scritti da persone
Quota trimestrale sul totale dei contenuti pubblicati, media di tre rilevatori automatici
Il sorpasso è avvenuto nel 2025. Fino a fine 2022 i contenuti generati da AI erano sotto il 5%; nell’arco del 2023 sono passati al 35%, e dal 2025 le due quote si muovono intorno al 50%. La linea tratteggiata segna la metà.
Fonte: Graphite, su 55.400 contenuti estratti da Common Crawl (marzo 2026). Rilevazioni AI di Pangram, GPTZero e Copyleaks fra aprile e maggio 2026.
Il vero problema delle mail scritte con l’AI
L’AI che scrive le mail, però, è solo il sintomo.
Chi delega la propria comunicazione a uno strumento generativo senza direzione non ha una voce da esprimere. Non sa cosa vuole comunicare, a chi, con quale tono e su quali temi. Sa soltanto che deve comunicare, perché “bisogna essere presenti”. A quel punto lo strumento riempie il vuoto con la cosa che sa fare meglio: una versione plausibile di ciò che potrebbe dire chiunque.
La questione resta la direzione. Un’organizzazione con un posizionamento chiaro e una voce definita può usare l’AI come acceleratore: le fornisce esempi, vincoli, gerarchie informative e criteri di tono, poi la usa per arrivare più velocemente a una prima versione. Un’organizzazione senza direzione finisce per chiedere allo strumento di inventarla al posto suo.
Il risultato è la mail che hai già letto mille volte.
Čapek lo aveva capito cento anni fa: quando deleghiamo un’attività, il punto è capire cosa vogliamo davvero smettere di fare e quale competenza va protetta.
Una risposta per tutti non l’abbiamo. Ma su una cosa siamo sicuri: ci siamo rotti di leggere questo genere di mail. Non ce le mandate…
Domande frequenti
L’AI può essere usata bene nella comunicazione professionale?
Sì. Funziona bene quando riceve una direzione già definita: voce, tono, contesto, obiettivo, vincoli e materiali reali. Può accelerare bozze, editing e adattamenti. Quando deve inventare anche il punto di vista, tende più facilmente verso una comunicazione generica.
Come si recupera una voce propria dopo anni di comunicazione generica?
Con la ripetizione di posizioni specifiche nel tempo. Serve selezionare pochi temi su cui l’azienda o la persona possiedono davvero un punto di vista, definire regole di voce e smettere di riempire il calendario con contenuti che potrebbero appartenere a chiunque. La riconoscibilità si costruisce per accumulo.
Come capire se la propria comunicazione ha una voce distinguibile?
Un test semplice consiste nel prendere alcuni testi recenti, togliere nome e logo e chiedere a persone che conoscono bene il brand se saprebbero attribuirli. Se potrebbero appartenere a diversi concorrenti, la comunicazione può essere corretta senza essere ancora riconoscibile.
Perché questo tema riguarda Bliss?
Perché la voce è una conseguenza del posizionamento. Nei progetti Bliss lavoriamo per trasformare identità, strategia e criteri di marca in un sistema abbastanza chiaro da essere usato da persone, team e strumenti generativi senza rendere ogni messaggio intercambiabile. L’AI accelera una voce quando quella voce esiste già.

