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Contingency planning: preparare alternative quando il piano principale si ferma

Che cos’è il contingency planning e perché serve decidere prima che cosa fare quando qualcosa si blocca?

Contingency Plan rappresnetato nella nuova copertina del magazine digitale di Bliss

Il contingency planning è la pratica con cui un’organizzazione decide in anticipo che cosa fare se un evento, probabile o meno, impedisce al piano principale di procedere. Si tratta di uno strumento di gestione che coinvolge tutta l’organizzazione, perché quando si definiscono a monte personale, risorse finanziarie, coordinamento interno ed esterno e procedure di comunicazione, si può essere pronto a rispondere a ogni occasione.

Il risultato è un piano di contingenza: un documento breve, con condizioni di attivazione, risposte alternative e persone incaricate.

Il contingency plan in quattro punti chiave

Che cosa prepara, che cosa contiene, in che cosa differisce dalla continuità operativa

  1. 1Prepara una risposta prima dell’eventoRiguarda un evento specifico, non l’imprevisto in generale
  2. 2Che cosa contieneAttivazione (trigger)RisposteResponsabiliTempiRisorse
  3. 3Non è il piano di continuitàIl contingency plan prepara le risposte a minacce precise, la continuità operativa tiene in funzione i servizi essenziali
  4. 4Va provato e aggiornatoAltrimenti diventa un documento che nessuno sa usare

Contingency planning: significato e definizione

La risposta sta tutta nella parola: contingency infatti indica un evento possibile ma non certo. Il piano di contingenza risponde quindi alla domanda: che cosa succederebbe se questo evento si verificasse impedendoci di proseguire come previsto?

L’obiettivo non è prevedere il futuro, ma ridurre l’improvvisazione nel momento in cui il futuro non va come previsto.

Secondo l’IFRC il processo ruota intorno a tre domande: che cosa accadrà, che cosa faremo al riguardo e che cosa possiamo fare in anticipo per prepararci.

Il contingency planning si usa soprattutto quando una minaccia specifica ha buone probabilità di colpire l’organizzazione, pur venendo considerando anche scenari meno probabili.

Le tre domande del contingency planning

Domande descritte dall’IFRC; gli esempi sono nostri

  1. 1
    Che cosa accadrà? Lo scenario che ci interessa EsempioIl canale che porta più ordini viene sospeso
  2. 2
    Che cosa faremo? La risposta decisa in anticipo EsempioSi sposta il budget sul canale alternativo e si avvisano i clienti
  3. 3
    Che cosa possiamo fare prima? La preparazione che riduce i tempi EsempioAccessi condivisi, lista contatti, budget approvato

Fonte: IFRC, Contingency planning

Tre domande sono poche, ma obbligano a fare scelte che altrimenti si rimandano: chi decide, con quali soldi, con quali canali di comunicazione.

Che differenza c’è tra contingency plan, business continuity plan e disaster recovery?

I tre termini si sovrappongono spesso nelle ricerche, ma rispondono a domande diverse. Il business continuity planning, redatto dal business continuity management, mira a far funzionare i sistemi dell’organizzazione durante una crisi e a mantenere i servizi essenziali. Lo standard internazionale ISO 22301:2019 descrive il sistema di gestione della continuità operativa come un insieme di requisiti per proteggersi dalle interruzioni, ridurne la probabilità, prepararsi, rispondere e ripristinare le attività.

Piano di contingenza, continuità operativa, disaster recovery e piano di crisi
PianoDomanda a cui rispondeEsempio
Piano di contingenzaChe cosa facciamo se questo evento ci impedisce di proseguire?Sospensione dell’account pubblicitario principale
Continuità operativaCome manteniamo i servizi essenziali durante un’interruzione?Un servizio al cliente che deve restare attivo anche con la sede chiusa
Disaster recoveryCome ripristiniamo sistemi e dati dopo un guasto grave?Ripristino del sito e-commerce da una copia dei dati
Piano di crisiChi decide e che cosa diciamo quando l’evento diventa un problema di reputazione?Un messaggio pubblico dopo un disservizio che coinvolge i clienti

Distinzioni: continuità operativa e contingency planning secondo IFRC; disaster recovery e risposta agli incidenti nel quadro NIST SP 800-34. Domande ed esempi sono nostri.

Sostanzialmente, quindi, sono livelli diversi di preparazione. Il piano di continuità operativa, che trattiamo nell’approfondimento sul business continuity plan, definisce i servizi da proteggere e i tempi accettabili di interruzione; il piano di contingenza prepara le risposte per scenari particolari; il disaster recovery riguarda il ripristino delle tecnologie.

Gli elementi di un piano di contingenza

Un piano di contingenza efficace è corto, leggibile sotto pressione e abbastanza preciso da essere eseguito da chi non lo ha scritto. Gli elementi sono sei.

  • Evento: lo scenario che il piano copre, descritto in una frase, per esempio la sospensione dell’account pubblicitario o l’indisponibilità di un fornitore.
  • Trigger: la condizione che attiva il piano. Meglio un fatto osservabile e misurabile che un giudizio: “l’account è sospeso da più di 24 ore”, non “le cose vanno male”.
  • Risposta: una o più azioni alternative, in ordine, con i casi in cui scegliere l’una o l’altra.
  • Responsabili: chi decide, chi esegue, chi comunica, con un sostituto per ciascuno.
  • Risorse: budget, accessi, contatti e strumenti già disponibili, non da cercare in quel momento.
  • Tempi: che cosa si fa nella prima ora, nel primo giorno, nella prima settimana.

Il trigger è l’elemento che più spesso manca. Senza una soglia stabilita in anticipo, ogni decisione passa da una discussione, e la discussione costa proprio il tempo che il piano doveva far risparmiare.

Come si costruisce un piano di contingenza

Per costruire un piano di contingenza si procede per passaggi, anche in una piccola organizzazione, seguendo questa sequenza.

  1. Scegliere i servizi e le dipendenze che contano. Quali attività producono ricavi o obblighi, e da quali fornitori, persone, sistemi o canali dipendono.
  2. Elencare gli scenari. Che cosa potrebbe fermare ciascuna dipendenza, partendo dagli eventi più probabili o più dannosi. Non serve prevedere tutto: servono gli scenari che meritano una risposta scritta.
  3. Fissare il trigger. La soglia osservabile che attiva il piano.
  4. Scrivere le risposte alternative. Chi fa che cosa, con quali risorse, in quale ordine.
  5. Condividere e provare. Il piano si prova con una simulazione a tavolino: si legge lo scenario e si verifica se i responsabili sanno che cosa fare.
  6. Aggiornare. Il piano cambia quando cambiano fornitori, persone, strumenti e priorità.

Per decidere quali scenari scrivere, un criterio utile è incrociare probabilità e impatto, come si fa in una matrice dei rischi. Gli scenari molto probabili e molto dannosi hanno la precedenza; quelli improbabili ma gravi, come un blocco prolungato del sistema informativo, meritano comunque un piano breve. Meglio non trascurare anche gli scenari meno probabili.

L’angolo Bliss: un’alternativa si prepara quando il piano principale funziona

Il momento sbagliato per cercare un piano B è quello in cui il piano A si è fermato. Nella comunicazione e nel marketing vale anche di più: se un’azienda ottiene i clienti da un solo canale, basta poco per bloccare l’intera attività.

Che cosa ferma un canale

Sospensione dell’accountCambio di algoritmoAumento dei costi pubblicitari

In che cosa consiste la preparazione

  • Più canali già in funzioneChe si sostengono a vicenda, non uno attivo e gli altri sulla carta
  • Una regola scritta primaQuando e come spostare risorse da un canale all’altro

Il punto di vista di Bliss Agency

Errori comuni

Attenzione, nella stesura di un contingency plan. Molto spesso può accadere che venga redatto un piano lungo che nessuno legge: sotto pressione servono una pagina e un responsabile, non un papiro.

Il secondo errore solito è omettere il trigger, lasciando la decisione a una discussione. Ogni angolo del problema va anticipato. Il terzo errore è non provare mai il piano: un documento mai letto in simulazione non è stato verificato. Infine, quello che forse è l’errore più grave è non aggiornare il piano dopo un cambio di fornitore, di persone o di strumenti, per cui i contatti e gli accessi scritti non funzionano più. Il piano di contingenza non è un piano di crisi: il primo prepara una risposta a un evento operativo definito, il secondo coordina decisioni e comunicazione quando l’evento diventa un problema di reputazione o di fiducia. Va dunque trattato come tale.

Domande frequenti

Che cos’è il contingency planning?

È la pratica con cui un’organizzazione decide in anticipo che cosa fare se un evento impedisce al piano principale di proseguire. Definisce condizioni di attivazione, risposte alternative, responsabili, risorse e tempi. Lo scopo è ridurre l’improvvisazione e i tempi di reazione quando l’evento si verifica, perché le scelte più difficili sono già state prese con calma.

Che cosa significa contingency plan?

Contingency indica un evento possibile ma non certo, quindi il contingency plan è il piano che prepara la risposta a quell’evento. In italiano si traduce con piano di contingenza. Lo si usa quando si individua una minaccia specifica e si vuole sapere che cosa fare, chi lo fa e con quali risorse prima che la minaccia si realizzi.

Un contingency plan è un piano B?

In parte. Un piano B è un’alternativa generica al piano principale, mentre il piano di contingenza è più strutturato: descrive l’evento che lo attiva, la soglia osservabile, le risposte, i responsabili e i tempi. Un buon piano B diventa un piano di contingenza quando qualcuno lo scrive, lo condivide e lo prova.

Qual è la differenza tra contingency plan e business continuity plan?

Il business continuity plan serve a mantenere in funzione i servizi essenziali durante un’interruzione, qualunque ne sia la causa. Il contingency plan prepara la risposta a uno scenario preciso. Sono complementari: la continuità stabilisce che cosa proteggere e per quanto tempo si può restare fermi, la contingenza prepara le azioni per ciascuna minaccia.

Quali sono gli elementi di un piano di contingenza?

Sei elementi: l’evento coperto, il trigger che attiva il piano, le risposte alternative, i responsabili con un sostituto, le risorse già disponibili e i tempi di intervento. Il trigger è il più importante e spesso manca: deve essere un fatto osservabile e misurabile, in modo che nessuno debba discutere se è il momento di agire.

Come si scrive un piano di contingenza?

Si parte dai servizi e dalle dipendenze che contano, si elencano gli scenari che potrebbero fermarle, si fissa il trigger per ciascuno, si scrivono le risposte con responsabili e risorse, si prova il piano con una simulazione e lo si aggiorna quando cambiano persone, fornitori o strumenti. Un piano di una pagina per scenario è di solito sufficiente.

Ogni quanto va aggiornato un piano di contingenza?

Non esiste una frequenza valida per tutti. Conviene rivederlo a scadenze fisse, per esempio una volta l’anno, e ogni volta che cambia qualcosa da cui dipende: un fornitore, un responsabile, uno strumento, un canale di vendita. Dopo ogni evento reale o simulazione, si correggono le parti che non hanno funzionato.

Che cos’è il costo di contingency?

È la riserva di tempo o di budget inserita in un progetto per far fronte a incertezze e rischi noti, per i quali esiste già una strategia di risposta. Può essere indicata come percentuale della stima oppure calcolata con analisi quantitative del rischio. Non copre i rischi non ancora identificati, che richiedono altre forme di tutela.

Il contingency planning serve anche a una piccola azienda?

Sì, in forma proporzionata. Una piccola impresa dipende spesso da pochi fornitori, pochi clienti o un solo canale, e proprio per questo ha più da perdere da una singola interruzione. Bastano pochi scenari, scritti in una pagina ciascuno, con un trigger e un responsabile per ciascuno.

Qual è la differenza tra piano di contingenza e piano di contingentamento?

Sono cose diverse. Il piano di contingentamento riguarda la limitazione o il razionamento di un bene o di un accesso, per esempio di risorse scarse o di ingressi in un luogo. Il piano di contingenza, di cui parla questa guida, prepara la risposta a un evento che impedisce di seguire il piano principale.

Fonti e riferimenti
  1. International Federation of Red Cross and Red Crescent Societies (IFRC), “Contingency planning”
  2. National Institute of Standards and Technology (NIST), Marianne Swanson, Pauline Bowen, Amy Phillips, Dean Gallup, David Lynes, “Contingency Planning Guide for Federal Information Systems, SP 800-34 Rev. 1” (2010)
  3. International Organization for Standardization (ISO), “ISO 22301:2019, Security and resilience - Business continuity management systems - Requirements”
  4. Michael Archibeque (Lawrence Livermore National Laboratory, per il U.S. Department of Energy), “Curating the Inputs for a Contingency Reserve Calculation” (CECOP Symposium, agosto 2022)
  5. Bliss, “Profumum Roma” (scheda del caso studio)
  6. Bliss, “Crisis Management Plan” (guida)
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