Ok, ho guardato l’Odissea di Christopher Nolan. E sento il bisogno di parlarne.
A dire la verità, sembrerebbe a occhio e croce che tutte le persone che hanno visto ieri il film in sala (il cinema della mia città era pieno: a tutti gli orari, tutto il giorno) stiano provando lo stesso. Da quando ho sbloccato il cellulare questa mattina avrò visto almeno una cinquantina di post sul film. E rispetto al tono che si era venuto a creare (la grande sfiducia generale, le critiche preventive e le accuse di cultura woke), i commenti che ho letto sono stato tutti – o almeno la maggior parte – di tutt’altro tono.
Insomma, l’Odissea di Nolan è un capolavoro. Se ne stanno accorgendo tutti.
Ma non per i motivi che ci aspettavamo.
Certo, la fotografia è monumentale; l’Imax dona alle riprese un respiro che nelle sale standard non si percepisce. Persino l’interpretazione dei suoi attori è molto, molto valida (in testa, da citare Pattinson nei panni di Antinoo, ma anche Matt Damon nella scena delle Sirene, o al suo ritorno a Itaca). Quanto? Abbastanza da aspettarmi qualche oscar, quando arriverà il prossimo febbraio.
Però, no: niente di questo rende The Odissey il capolavoro che è.
E il merito è tutto di Nolan.
Scopriamolo insieme in questa recensione, (per lo più) priva di spoiler.

Un Ulisse moderno
Partiamo da un presupposto.
Questa non è L’Odissea di Omero. È l’Odissea di Nolan: un’Odissea moderna, con le sue luci e le sue ombre.
Se questo sulle prime ha fatto storcene il naso a molte persone prima della messa in sala, in realtà l’effetto risulta ben riuscito.
Nolan ha dominato l’Odissea. Un’impresa per cui era dato per spacciato, ma dalla quale il regista inglese (come Odisseo contro Poseidone) è uscito vincitore.
Che sia la sua, di storia, appare chiaro fin dal primo frame.
Il film inizia con la scritta «In un tempo di apparente magia…». Una frase che, a noi spettatori europei, fa chiedere di getto: ma apparente in che senso? Anche perché l’Odissea è epica pura: la storia di dei e creature che esercitano un impatto sulla vita delle persone, e di come un eroe che, col proprio acume, riesce a ingegnarsi per superare ogni avversità.
Ecco, però: questa è l’Odissea degli aedi.
Qui, nel ventunesimo secolo, la storia che ci viene raccontata è più umana: più psicologica. La magia è apparente perché… Non posso dirlo. Ma sì, è apparente: c’è, ma potrebbe non esserci. Esiste, ma nei racconti e nei ricordi.
Gli dei sono sulla bocca di tutti, e questo è più importante del loro effettivo intervento, perché che esistano o meno è irrilevante. Conta quello in cui le persone credono.
La legge di Zeus e l’ombra del subconscio
Anche per questo, fulcro della storia è la legge di Zeus: il concetto di ospitalità greca, analizzato nel film in tutta la sua ipocrisa.
Per secoli abbiamo celebrato la grande furbizia di Ulisse, ma da uomini moderni è lecito domandarci: nel cavallo, che onore c’è? Dov’è il merito nel tradire i costumi dei padri e gli antichi valori?
Siamo stati abituati per tre millenni a un Ulisse in lotta contro gli Dei per offese legate a Polifemo e le Mandrie del Sole. Per Nolan, però, la vera lotta è che Ulisse vive è interiore: tanto da rendere il vero nemico di Ulisse il suo stesso subconscio. Il senso di colpa. Il rimorso. Quel riflesso nel quale non riesce ancora a riconoscersi, ma che ha un nome e una forma: il popolo del mare.
Ecco, ho trovato molto valido questo aspetto, che è poi il fulcro di tutto il film e ciò che rende logico e sensato quel «apparentemente» che tanto mi aveva fatto storcere il naso.

Il Cavallo di Nolan
Vero protagonista della storia è, allora, più che il furbo Ulisse (che furbo non è affatto, ma per ragioni sensate) il suo Cavallo.
Per la prima volta ne vediamo l’interno: viviamo con gli Achei che per giorni vi abitarono in silenzio, guardandolo per quello che è: una macchia per l’umanità. Un po’ come la bomba in Oppenheimer (ma in senso etico, morale).
Mentre in scena accadeva tutto questo, però, un altro cavallo veniva presentato. Quello pubblicitario, legato alla comunicazione del film.
Un bait grandissimo, che ha selezionato a monte l’audience de l’Odissea, generando incredibile dibattito.
Parliamo di tutte quelle controversie preparate a puntino da Nolan. Le figure di Sinone e di Elena di Troia, interpretate da Elliot Page (che a lungo si è vociferato avrebbe interpretato Achille) e Lupita Nyong’o; l’inclusione di Travis Scott; l’armatura poco realistica di Agamennone. Poco più che mezzi attraverso il quale il regista ha scelto di stimolare la discussione attorno al film, nascondendo fino all’ultimo le sue intenzioni: lanciare un messaggio profondamente umano, di valori e di ricostruzione.
Un giudizio finale
Ci sono cose che non funzionano.
L’Odissea non è un film perfetto, e vari limiti rimangono. Le coste del Mediterraneo piene di betulle, le scogliere alla Dover, la povertà della scena del Ciclope. Eppure, la rivistazione di Ulisse rimane un azzardo riuscitissimo, così come molte sequenze che resteranno nella storia del cinema (Circe e l’Ade su tutte).
Per tutte queste ragioni, possiamo e dobbiamo considerare l’Odissea un film vivo. Attuale, anche se pieno di ruderi (simbolo perfetto del decadimento dell’epoca del bronzo, e della nostra). Merito, non ne ho dubbi, della rivoluzione copernicana al centro della pellicola. E che susciterà – giustamente – molte discussioni.
Nuove Connessioni (FAQ)
Il film funziona per chi non conosce l’Odissea di Omero?
Sfido a non conoscere l’Odissea da occidentali. Però, detto questo, forse funziona anche meglio. Chi non porta con sé il testo originale incontra il film senza aspettative da gestire. L’Odissea di Nolan non presuppone la conoscenza del poema: la usa come materiale su cui costruire qualcosa di diverso. Chi la conosce a memoria rischia di passare le prime due ore a misurare le distanze. Chi la conosce poco entra nella storia senza protezioni, che è esattamente la condizione in cui il film funziona meglio.
Le controversie sul casting erano davvero una scelta strategica o una lettura ex post?
Difficile dirlo con certezza, ma la coerenza tra le scelte e il tema del film è troppo precisa per essere casuale. Elliot Page nei panni di Sinone, la figura dell’inganno per eccellenza, Lupita Nyong’o come Elena, il pretesto di una guerra raccontata da chi non l’ha combattuta. Ogni casting controverso tocca esattamente i punti ciechi della tradizione omerica. Che sia stato calcolato o no, il risultato è lo stesso: il dibattito ha selezionato l’audience e ha costruito attesa su chi voleva litigare con il film prima ancora di vederlo.
Vale la pena vederlo in IMAX o basta una sala normale?
Dipende da cosa si vuole portare a casa. La fotografia in IMAX ha un respiro che nelle sale standard non si percepisce: le sequenze del viaggio per mare e dell’Ade perdono dimensione su uno schermo normale. Ma il film regge su qualsiasi schermo perché il peso reale del film è narrativo. Meglio l’IMAX se è accessibile, ma non è una condizione necessaria.

