Intelligenza artificiale

Perché l’IA ama il Giappone?

L’intelligenza artificiale non rappresenta tutte le culture allo stesso modo. Uno studio del 2026 mostra una sorprendente ricorrenza del Giappone nelle risposte degli LLM: un bias che, quando entra nei processi creativi e strategici, può finire per restringere il mondo che i brand credono di esplorare.

Valori, vita sociale, benessere, cultura, intrattenimento.
Il Giappone è famoso per tutte queste cose. Forse è per questo che ci piace tanto. Ma la notizia sorprendente è che non piace solo a noi.
Anche l’intelligenza artificiale, infatti, ama il Sol Levante.A scoprirlo sono stati tre ricercatori dell’Università dei Paesi Baschi e dell’Università di Cardiff, che nell’aprile 2026 hanno pubblicato uno studio dal titolo Why are all LLMs Obsessed with Japanese Culture?.

Per misurare le preferenze culturali dei modelli, i ricercatori hanno costruito CROQ: un dataset di domande aperte su valori, leggende, alimentazione, danze, istruzione e una sessantina di altri argomenti. In nessuna domanda veniva indicata una località. Il modello era libero di scegliere. E ha scelto.

Gli otto modelli analizzati (GPT, Gemini, Claude, Llama, DeepSeek e Qwen) hanno risposto all’inizio in maniera prevedibile: ognuno infatti tendeva verso il Paese associato alla lingua usata (e così, se si parlava in italiano, la spiaggia più bella era italiana, tanto per intenderci).

La vera sorpresa era il Paese che emergeva quando questa coordinata veniva rimossa.

In quei casi, Giappone e Stati Uniti dominavano completamente. Il Giappone, in particolare, compariva con costanza attraverso lingue, argomenti e sistemi differenti. India, Cina e Francia seguivano, ma a grandissima distanza. La maggior parte del mondo rimaneva assente. Perché succedeva tutto questo? E cosa ci dice questo dato sul rapporto tra AI e brand?

Quando nasce l’ossessione

Per trovare l’origine del fenomeno, i ricercatori hanno confrontato i modelli nella loro versione base con le versioni addestrate per seguire le istruzioni degli utenti.

Nella versione base, la distribuzione geografica era più equilibrata. Dopo il processo di instruction tuning, però, i modelli citavano un numero maggiore di Paesi ma concentravano una quota crescente delle risposte attorno al Giappone e agli Stati Uniti. Il numero medio di regioni citate saliva da 116 a 149. L’indice di distribuzione scendeva da 0,73 a 0,65.

Questo significa che, in superficie, il mondo diventava più ampio: eppure, il raggio delle risposte ricorrenti si restringeva. Più mondo l’AI conosceva, più ristrette si facevano le sue risposte (o almeno, le sue preferenze).

Ma queste preferenze erano sue davvero? No, ovviamente.

Semplicemente, la macchina imparava a rispondere meglio. Nel farlo, imparava quali luoghi sembrassero le migliori risposte per noi.

Perché proprio il Giappone

La ricerca non è stata in grado di identificarne la causa ultima di questo fenomeno.

Certo, non è difficile immaginarlo. Pochi paesi possiedono simboli immediati come il Giappone. Sushi, ciliegi, kimono, manga, zen, katana, Tokyo, treni ad alta velocità. Non sono tanti i paesi che hanno saputo raccontarsi in maniera così iconografica.

In più, il Giappone riesce a rappresentare contemporaneamente tradizione e futuro, disciplina e creatività, precisione e armonia. Il punto di contatto di tanti opposti: e quindi, la scorciatoia perfetta. Abbastanza distante da apparire distintivo, abbastanza conosciuto da risultare familiare, abbastanza ricco da adattarsi a quasi qualsiasi racconto.

Lo possiamo verificare per il suo inverso. Le culture meno rappresentate nei dati restituiti dalle AI tendono ad essere quelle con meno simboli. E perciò, quelle meno digeribili da un database.

Quando la preferenza entra nei brand

Ormai le organizzazioni usano l’intelligenza artificiale per generare naming, visual concept, strategie, scenari e comunicazione. Governare questi strumenti significa però anche interrogarsi sui bias e sulle scelte incorporate nei sistemi di AI.

Se si chiede di raccontare la precisione, arriva il Giappone. Se si chiede un esempio di armonia tra tradizione e innovazione, arriva il Giappone. Se si chiede un’esperienza di lusso discreto o una cultura orientata al miglioramento, il Giappone può comparire ancora.

Ogni risposta è efficace, ma questa ripetizione rischia di produrre anche un problema strategico. Quando brand diversi lavorano sugli stessi riferimenti, le moodboard finiscono per somigliarsi finché tutto si ibrida.

Un’organizzazione convinta di esplorare possibilità infinite può muoversi dentro un repertorio già selezionato dal modello. Il rischio non è usare l’AI: è affidarle la scelta del mondo attraverso il quale il brand decide di parlare, invece di ricondurre ogni riferimento a una strategia di brand definita a monte.

AI love Japan

E così, il brand utilizza un riferimento perché il modello lo ha proposto. Il modello lo propone perché lo ha incontrato spesso nelle risposte considerate valide. Le nuove produzioni del brand entrano nel patrimonio digitale e rafforzano quell’associazione, alimentando a loro volta il modo in cui i sistemi generativi interpretano e restituiscono un brand. La macchina e l’organizzazione cominciano a confermarsi a vicenda.

Ora il tema è il Giappone, e tutto sommato (per noi amanti del Sol Levante soprattutto) ci va bene. Lo stesso fenomeno però potrebbe ripetersi ancora: forse, già lo sta facendo, su temi e valori che ancora non abbiamo individuato come ricorrenti.

Cosa accadrebbe se in futuro fosse un altro paese quello amato dall’IA? È possibile che nazioni intere compiano in futuro operazioni volte ad accattivarsi i favori dei modelli linguistici? E gli utenti, in tutto questo, quale garanzia potranno avere di assoluta trasparenza?

Sono tutte domande di Governance, queste. E in attesa delle risposte, non ci resta che confrontare i riferimenti che riceviamo con le nostre strategie, riconducendo sempre ogni output al contesto reale delle persone alle quali il nostro brand vuole parlare.

Ogni tecnologia porta con sé il mondo dal quale ha imparato. L’intelligenza artificiale però sta facendo qualcosa in più: ci sta consegnando quel mondo, facendo sembrare che siamo stati noi a immaginarlo. Per ora ci va bene. Domani, chissà.

Domande frequenti

Perché l’intelligenza artificiale cita così spesso il Giappone?

Lo studio individua la preferenza senza dimostrarne una causa definitiva. Il Giappone possiede però una quantità eccezionale di simboli riconoscibili a livello globale, che permettono ai modelli di costruire risposte immediate attorno a tradizione, innovazione, armonia, disciplina e creatività. La ricerca mostra inoltre che la concentrazione cresce durante l’instruction tuning: la fase in cui i modelli imparano a produrre risposte utili e appropriate può rafforzare alcuni riferimenti culturali fino a trasformarli in scelte ricorrenti.

In che modo il bias culturale dell’AI può influenzare un brand?

Può restringere il repertorio culturale utilizzato per costruire identità, comunicazione e strategia. Quando gli stessi riferimenti vengono proposti a organizzazioni diverse, le produzioni iniziano ad assomigliarsi. Alcune culture ricevono una visibilità sproporzionata, mentre altre appaiono attraverso stereotipi o rimangono assenti. Il rischio cresce nei progetti internazionali: un output che sembra globale può riflettere un immaginario concentrato attorno a pochi Paesi e risultare poco pertinente per i mercati ai quali il brand vuole realmente rivolgersi.

Come si governa il bias culturale nei processi creativi con AI?

Il controllo parte dall’osservazione sistematica. Le stesse richieste vengono sottoposte a modelli e lingue diverse, registrando i riferimenti che compaiono con maggiore frequenza e individuando ciò che rimane escluso. Gli output vengono poi confrontati con la strategia del brand, con la cultura del mercato e con il giudizio di persone capaci di riconoscere semplificazioni invisibili al sistema. L’obiettivo è conservare la velocità dell’intelligenza artificiale senza cedere all’AI la scelta del mondo attraverso il quale il brand comunica.

Fonti e riferimenti
  1. Joseba Fernandez de Landa, Carla Perez-Almendros, Jose Camacho-Collados, Why are all LLMs Obsessed with Japanese Culture? On the Hidden Cultural and Regional Biases of LLMs
  2. Junho Myung et al., BLEnD: A Benchmark for LLMs on Everyday Knowledge in Diverse Cultures and Languages
  3. Yu Ying Chiu et al., CulturalBench: A Robust, Diverse and Challenging Benchmark for Measuring LMs’ Cultural Knowledge Through Human-AI Red-Teaming
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