C’è una frase in un documento di rischio pubblicato da Marsh a giugno 2026 che vale la pena citare e che forse tutti, in questo periodo storico così complesso e delicato, dovrebbero conoscere:
«Un ritorno allo status quo pre-2025 di stabilità delle politiche commerciali non dovrebbe essere atteso».
Magari fosse una previsione.
No, è una dichiarazione di cambio di regime.
Per decenni il commercio internazionale ha operato seguendo questa convinzione: i dazi erano strumenti eccezionali; la guerra era uno scenario remoto; la stabilità, garantita dal sistema. E così le aziende potevano pianificare le proprie filiere su orizzonti pluriennali, fissare contratti di approvvigionamento con maggiore certezza sui prezzi e trattare la volatilità tariffaria come un evento raro da gestire quando si verificava.
Un’assunzione ormai obsoleta, perché la verità è questa: non si torna indietro.
Il punto, però, va oltre i dazi. La stessa logica attraversa ormai i controlli sull’esportazione delle tecnologie strategiche, le sanzioni, i sussidi industriali, i requisiti di contenuto locale e i limiti agli investimenti esteri legati alla sicurezza economica.
Sicurezza nazionale, autonomia tecnologica e affidabilità politica stanno entrando in decisioni che per anni erano dipese soprattutto dai costi. La geografia economica torna a essere anche geografia politica. E tutto questo probabilmente non si potrà più cancellare.
Cosa sta succedendo adesso
Perché però non si torna più indietro? Capiamolo con i fatti, osservando ciò che sta accadendo in questo momento nel mondo, soprattutto in ambito economico e finanziario.
Il primo sviluppo da considerare è il mancato rinnovo, nella sua forma attuale, dell’USMCA: l’accordo commerciale che sostiene quasi 2 trilioni di dollari di scambi di beni e servizi nell’area nordamericana. La revisione prevista si è svolta il 1° luglio 2026, ma gli Stati Uniti non hanno accettato di rinnovare l’accordo. L’USMCA rimane comunque in vigore: intanto, però, proseguono i negoziati.
In assenza di un’intesa successiva, il processo di revisione si ripeterà ogni anno fino a un’eventuale estensione o alla scadenza prevista per il 2036.
Per le aziende, il rischio è immenso: i cicli di pianificazione di lungo termine diventano più difficili quando l’accesso tariffario è soggetto a revisioni ripetute.
Il rischio più grande legato a questa operazione è che un framework commerciale progettato per fornire prevedibilità diventi un tavolo di negoziazione politica ricorrente. Da questo luglio in poi, le aziende rischiano di dover valutare continuamente la propria esposizione durante l’intero processo, e non soltanto nelle fasi chiave dei negoziati.
Il secondo sviluppo è la sequenza legale caotica dei dazi americani del 2025 e del 2026.
Come già anticipato in un nostro articolo sul tema, l’amministrazione aveva imposto nel 2025 una serie di dazi attraverso l’International Emergency Economic Powers Act. Il 20 febbraio 2026 la Corte Suprema ha stabilito che quella legge non autorizzava il presidente a imporre dazi.
L’amministrazione ha risposto introducendo un nuovo dazio globale temporaneo del 10% attraverso la Section 122 del Trade Act. Anche questo provvedimento è stato giudicato illegittimo dalla Corte del Commercio Internazionale il 7 maggio 2026.
La sentenza, però, non ha prodotto un blocco universale. La Corte ha limitato la tutela agli importatori ricorrenti e allo Stato di Washington, rifiutando di estendere l’ingiunzione a tutti gli operatori economici.
Questo ha cambiato qualcosa? Molto sul piano giuridico, meno su quello operativo. Le aziende hanno affrontato prima il dubbio sui rimborsi dei dazi dichiarati illegittimi e poi l’incertezza legata ai nuovi strumenti utilizzati per sostituirli.
Le regole cambiano, vengono contestate, cadono e ricompaiono attraverso strumenti diversi. Nel frattempo, merci, contratti e pagamenti continuano a muoversi.
Il terzo sviluppo è la valutazione di Marsh Risk, che descrive il futuro come
«un ambiente di politica commerciale ad attrito perpetuamente più alto».
Insomma, quello che stiamo vivendo oggi non sembra un picco temporaneo seguito da una normalizzazione. Somiglia piuttosto a una condizione strutturale ormai sedimentata.
L’incertezza, inoltre, produce effetti prima ancora che un nuovo dazio entri realmente in vigore. Le imprese rinviano investimenti, assunzioni e impegni transfrontalieri perché, quando le regole possono cambiare, aumenta il valore dell’attesa.
Secondo una stima della Banca Centrale Europea sull’impatto dell’incertezza commerciale, il suo aumento nel 2025 è associato a una riduzione di circa 0,3 punti percentuali della crescita reale dell’Eurozona rispetto all’anno precedente. L’impatto stimato sugli investimenti aziendali è stato circa tre volte superiore a quello sui consumi privati.
Il danno, quindi, non passa soltanto dalla dogana ma anche dalle decisioni che non vengono prese.
Se il mondo cambia, chi ci guadagna?
Il costo dell’incertezza diventerà una nuova costante nei mercati.
Quando la filiera è stabile e i dazi sono prevedibili, un’azienda può ottimizzare i propri contratti di approvvigionamento, le proprie scorte e la propria logistica. Insomma, lavorare con tranquillità. Con calma. Portare avanti progetti e disegni di più ampio respiro.
Ma quando la politica tariffaria diventa una variabile politica in continua negoziazione, questa ottimizzazione risulta impossibile. L’azienda deve mantenere buffer di scorta più elevati, diversificare i fornitori anche quando è meno efficiente ed evitare contratti lunghi che potrebbero risultare svantaggiosi in scenari tariffari differenti.
Questo modifica anche la natura del vantaggio competitivo. Tenderanno a essere avvantaggiate le imprese che possiedono più opzioni: liquidità sufficiente per assorbire scorte maggiori, fornitori già qualificati in aree diverse, contratti adattabili, competenze doganali e una presenza distribuita su più mercati.
La diversificazione delle fonti di approvvigionamento è ormai considerata una delle risposte principali ai rischi generati dall’instabilità geopolitica. In un’economia a maggiore attrito, la ridondanza assume il valore di una forma di capitale.
Secondo i dati dell’Organizzazione mondiale del commercio, la media semplice dei dazi MFN applicati si attesta al 3,4% negli Stati Uniti, al 3,8% in Canada e all’11,1% in Messico.
Queste percentuali, però, non descrivono direttamente gli scambi conformi all’USMCA, che beneficiano di un regime preferenziale. La variabile decisiva sarà quindi quali merci continueranno a beneficiare del trattamento preferenziale, quali regole di origine verranno modificate e quali categorie saranno colpite da dazi o restrizioni aggiuntive.
Vedremo cosa succederà, ma una cosa è certa: nell’incertezza generale molti ci perdono e pochi ci guadagnano.
Cosa cambia per le aziende italiane
Il rischio tariffario nordamericano non riguarda solo le aziende con stabilimenti negli Stati Uniti, in Messico o in Canada, ma chiunque esporti verso quei mercati, chiunque abbia fornitori in quella filiera e chiunque competa con aziende che ne fanno parte.
L’esposizione, inoltre, non dipende soltanto dal luogo in cui si trova lo stabilimento finale. Contano l’origine doganale dei componenti, il percorso seguito dalle merci, la valuta dei contratti, la disponibilità delle materie prime e la posizione dei clienti lungo la catena di fornitura.
E anche qui il discorso supera i dazi. Standard tecnici divergenti, requisiti di contenuto locale, controlli sull’esportazione, limiti agli investimenti e incentivi riservati alla produzione domestica possono rendere un mercato più difficile da raggiungere senza chiuderlo formalmente.
Indipendentemente dallo scenario che si concretizzerà, le aziende dovrebbero considerare che il futuro delle politiche commerciali nordamericane sarà molto probabilmente disordinato e imprevedibile. E da questo non si torna indietro. Un ambiente commerciale ad attrito permanentemente più alto sembra la condizione più probabile.
E ora?
Con il rischio tariffario diventato ormai una variabile permanente della pianificazione strategica, le aziende dovranno smettere di trattarlo come un’eccezione e creare piani differenti. Piani in grado di integrare variabili che non dipendano da come si risolverà l’USMCA, ma dalla capacità di operare bene in qualsiasi scenario si materializzi.
Il primo passo consiste nel capire dove si trova realmente l’esposizione: quali prodotti generano il margine maggiore, quale origine doganale possiedono, quali fornitori sono difficili da sostituire, quali contratti possono essere adeguati e quali mercati alternativi sono già accessibili.
L’economia ormai è questa. Per quanto tempo non si può dirlo, ma forse a lungo. Dobbiamo farcene una ragione: la stabilità non tornerà.
L’adattabilità è destinata a diventare la nuova stabilità.
Nuove Connessioni (FAQ)
Siamo una piccola impresa italiana senza export diretto negli USA. Perché ci riguarda?
Per via della catena di fornitura indiretta. Se uno dei vostri clienti principali esporta negli Stati Uniti, o se uno dei vostri fornitori acquista componenti dall’area USMCA, la variazione tariffaria si propaga lungo la filiera anche senza un rapporto commerciale diretto con il mercato nordamericano. La seconda ragione è competitiva: se i vostri concorrenti hanno filiere nordamericane più esposte, un dazio elevato può colpirli più duramente di voi, creando uno spazio di vantaggio che vale la pena mappare.
Come si costruisce un piano su una variabile che per definizione non si può prevedere?
La pianificazione per scenari sostituisce la pianificazione per previsione. Invece di costruire un piano su un’assunzione tariffaria specifica, si costruiscono tre piani: uno con dazi stabili agli attuali livelli, uno con un aumento moderato (10-15%), uno con un aumento severo (25% o più). Per ciascuno si definisce in anticipo quali leve attivare: fornitori alternativi già qualificati, contratti con clausole di adeguamento, piani di diversificazione dei mercati di sbocco. Il valore non è la previsione corretta: è la velocità di reazione quando lo scenario si materializza.
Il rischio tariffario è solo per chi produce fisicamente, o riguarda anche chi opera solo in Italia?
Riguarda chiunque abbia concorrenti con filiere nordamericane, chiunque acquisti materie prime o componenti che passano per quei mercati, e chiunque competa su segmenti di prezzo dove i dazi modificano i costi relativi tra operatori. In settori come moda, arredamento, alimentare e meccanica, dove il made in Italy compete direttamente con produzione nordamericana o asiatica distribuita negli USA, l’impatto tariffario ridisegna la struttura dei costi di tutti i concorrenti, non solo di chi ha fabbriche oltre oceano.
Il problema riguarda soltanto i dazi?
No. Un mercato può restare formalmente aperto e diventare comunque più difficile da raggiungere.
Requisiti di contenuto locale, standard tecnici divergenti, sussidi riservati ai produttori domestici, controlli sull’esportazione e limiti agli investimenti possono modificare l’accesso a tecnologie, capitali e commesse anche senza un aumento dell’aliquota doganale. Per questo le aziende devono monitorare l’intero sistema di accesso a un mercato: regole di origine, certificazioni, incentivi pubblici, vincoli tecnologici e condizioni contrattuali.

