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Cloud: Che Cosa è, Cosa Significa, a Cosa Serve, Definizione ed Esempi

Il cloud computing permette di usare server, software, dati e spazio di archiviazione tramite Internet. Scopri cos’è il cloud, come funziona, a cosa serve e quali servizi e modelli esistono.

cloud, copertina del magazine digitale di bliss

Il cloud è un insieme di server, software e dati ospitati in datacenter remoti, ai quali si accede tramite Internet invece che dal proprio computer. Quando apri la posta su Gmail, salvi una foto su Google Drive o guardi una serie in streaming, stai usando il cloud.

Per un’azienda significa noleggiare potenza di calcolo, spazio di archiviazione e applicazioni, pagandoli in base all’uso, senza acquistare e mantenere un’infrastruttura propria.

Cloud: significato e definizione

In inglese cloud significa «nuvola». In informatica il termine indica risorse di calcolo che non si trovano sul dispositivo dell’utente, ma in datacenter gestiti da un fornitore e raggiungibili via rete: server, spazio di archiviazione, database, applicazioni.

La definizione di riferimento è quella del NIST, l’istituto statunitense per gli standard, pubblicata nel settembre 2011 nel documento SP 800-145. Per il NIST il cloud computing è un modello che permette di accedere via rete, ovunque e su richiesta, a un insieme condiviso di risorse configurabili. Queste risorse si attivano e si rilasciano rapidamente, con un intervento minimo del fornitore.

Lo stesso documento indica cinque caratteristiche essenziali:

  1. Self-service on demand: l’utente attiva da solo server o spazio di archiviazione, senza passare da un operatore.
  2. Ampio accesso alla rete: le risorse sono raggiungibili via Internet da computer, smartphone e tablet.
  3. Pool di risorse condivise: l’hardware del fornitore serve più clienti contemporaneamente e viene assegnato in modo dinamico.
  4. Elasticità rapida: le risorse crescono o si riducono in base al carico, anche in automatico.
  5. Servizio misurato: il consumo viene monitorato e fatturato in base all’uso effettivo.

Un server fisico noleggiato a canone fisso, senza possibilità di scalare, non rispetta questi criteri. In quel caso è più corretto parlare di hosting tradizionale.

Cos’è cloud-computing?

«Cloud» e «cloud computing» si usano spesso come sinonimi, ma indicano due cose leggermente diverse. Il cloud è l’insieme delle risorse remote. Il cloud computing è il modello con cui queste risorse vengono erogate come servizio, via Internet e a consumo. Il significato di cloud computing è legato a servizi di calcolo, come server, archiviazione, database, reti e software.

In pratica, programmi e dati non risiedono più sul disco del computer o su un server aziendale: girano sui server di un fornitore. Per questo puoi aprire lo stesso file dal portatile in ufficio e dallo smartphone in treno, trovando sempre la versione aggiornata.

Per un’azienda il cambiamento è anzitutto economico. La spesa IT passa da investimento iniziale in hardware (CapEx) a costo operativo variabile (OpEx). Il tempo per attivare un nuovo ambiente scende da settimane a pochi minuti.

Interno di un data center che ospita infrastrutture cloud
Il cloud utilizza infrastrutture fisiche distribuite: server, reti, sistemi di alimentazione e raffreddamento ospitati in data center.

Come funziona il cloud-computing?

Il cloud si regge su tre elementi: datacenter distribuiti, virtualizzazione e rete.

Datacenter. I fornitori gestiscono edifici con migliaia di server, impianti di raffreddamento, alimentazione di riserva e connessioni ad alta capacità. I grandi provider li distribuiscono in più regioni del mondo. In questo modo avvicinano i servizi agli utenti e replicano i dati in luoghi diversi.

Virtualizzazione. Un software chiamato hypervisor divide ogni server fisico in più macchine virtuali (VM). Ogni VM si comporta come un computer autonomo, con sistema operativo e applicazioni propri, ed è isolata dalle altre anche se condivide lo stesso hardware. È questo meccanismo che permette al fornitore di servire molti clienti con la stessa infrastruttura e di assegnare risorse in pochi secondi.

Rete e orchestrazione. L’utente raggiunge i servizi via Internet, tramite browser, app o API. Software di orchestrazione distribuiscono il carico tra i server, attivano nuove risorse quando la domanda cresce e spostano i carichi di lavoro se una macchina si guasta. Per questo un servizio cloud ben progettato resta disponibile anche quando un singolo server smette di funzionare.

Matt Renner sul palco del Google Cloud AI Live Milano 2026
Cloud AI Live Milano 2026: Google Cloud ha presentato casi d’uso italiani in cui infrastruttura cloud, dati e intelligenza artificiale entrano direttamente nei processi aziendali.

A cosa serve il cloud: esempi

Il cloud serve a usare software, archiviare dati e far girare applicazioni senza possedere l’infrastruttura che li ospita. Lo usiamo tutti, spesso senza accorgercene.

Nella vita quotidiana

  • Posta elettronica come Gmail o Outlook.com.
  • Archiviazione e sincronizzazione di file e foto con Google Drive, Dropbox, iCloud o OneDrive.
  • Streaming di film e musica su piattaforme come Netflix e Spotify.
  • Suite per l’ufficio online come Microsoft 365 e Google Workspace.

In azienda

  • Cloud storage e backup: copie dei dati conservate fuori sede, ripristinabili dopo un guasto, un furto o un attacco ransomware.
  • Cloud server: macchine virtuali che ospitano siti web, e-commerce e gestionali, con risorse che aumentano nei periodi di picco.
  • Software in abbonamento: CRM, ERP, marketing automation, fatturazione elettronica.
  • Sviluppo e test: ambienti creati e dismessi in pochi minuti, senza acquistare hardware.
  • Analisi dei dati e intelligenza artificiale: elaborazione di grandi volumi di dati e addestramento di modelli che richiedono una potenza di calcolo difficile da sostenere in casa.
  • Lavoro da remoto: accesso ad applicazioni e documenti aziendali da qualsiasi luogo.

Cosa sono i servizi cloud?

I servizi cloud sono risorse informatiche che un fornitore mette a disposizione via Internet, di solito in abbonamento o a consumo: infrastruttura, piattaforme di sviluppo o applicazioni pronte. A distinguerli è quanta parte del sistema gestisce il fornitore e quanta resta in mano al cliente. Da questa divisione nascono i modelli di servizio.

Quali sono i principali modelli di servizio del cloud computing?

Il NIST ne definisce tre: IaaS, PaaS e SaaS. Negli ultimi anni si è aggiunto il FaaS, noto anche come serverless. Un’analogia aiuta: è come scegliere tra affittare un terreno su cui costruire, una casa da arredare o una casa già pronta da abitare.

IaaS – Infrastructure as a Service

Il fornitore offre l’infrastruttura di base: server virtuali, archiviazione e rete. Il cliente installa e gestisce sistema operativo, middleware e applicazioni. È il modello più flessibile, ma richiede più competenze tecniche. Esempi: Amazon EC2, Google Compute Engine, Azure Virtual Machines.

PaaS – Platform as a Service

Oltre all’infrastruttura, il fornitore gestisce sistema operativo, runtime e strumenti di sviluppo. Gli sviluppatori si concentrano sul codice, senza occuparsi di server e aggiornamenti. Esempi: Heroku, Google App Engine, Azure App Service.

SaaS – Software as a Service

L’utente usa un’applicazione completa da browser o app, senza installare né mantenere nulla. Il fornitore cura tutto, dall’infrastruttura agli aggiornamenti. È il modello più diffuso: Salesforce, Slack, Microsoft 365 e Gmail sono servizi SaaS.

FaaS – Function as a Service (serverless)

Il codice è diviso in funzioni che vengono eseguite solo quando un evento le attiva, per esempio l’invio di un modulo o il caricamento di un file. I server esistono, ma li gestisce interamente il fornitore, che li scala in automatico. Si paga solo il tempo di esecuzione. Esempi: AWS Lambda, Google Cloud Functions, Cloudflare Workers.

Chi gestisce cosa nei diversi modelli

Chi gestisce cosa nei diversi modelli

LivelloOn-premiseIaaSPaaSSaaS
Dati e accessi degli utenti ClienteClienteClienteCliente
Applicazioni ClienteClienteClienteFornitore
Runtime e middleware ClienteClienteFornitoreFornitore
Sistema operativo ClienteClienteFornitoreFornitore
Virtualizzazione ClienteFornitoreFornitoreFornitore
Server, storage e rete ClienteFornitoreFornitoreFornitore
Datacenter ClienteFornitoreFornitoreFornitore

Responsabilità del clienteResponsabilità del fornitore

Anche nel SaaS i dati, gli account e i permessi restano responsabilità del cliente. Nel FaaS la ripartizione è simile al PaaS: il cliente scrive e protegge il codice delle funzioni, il fornitore gestisce tutto il resto.

Cos’è l’infrastruttura cloud?

L’infrastruttura cloud è l’insieme di componenti fisici e software che rende possibile erogare servizi cloud. Comprende quattro livelli:

  • Calcolo: processori e GPU, resi disponibili come macchine virtuali o container.
  • Archiviazione: storage a blocchi per i dischi delle VM, storage di file condivisi e object storage per grandi volumi di dati non strutturati.
  • Rete: reti virtuali private, bilanciatori di carico, firewall e connessioni tra datacenter.
  • Virtualizzazione e gestione: hypervisor, strumenti di orchestrazione e pannelli o API con cui il cliente configura le risorse.

Su questa base poggiano tutti i modelli di servizio. Nell’IaaS il cliente la usa direttamente; nel PaaS e nel SaaS resta nascosta dietro la piattaforma o l’applicazione.

AWS Outposts installato in un data center per un'architettura cloud ibrida
Con AWS Outposts l’infrastruttura cloud può essere installata direttamente nel data center dell’azienda: nel 2026 O2 Telefónica l’ha utilizzata per parte del proprio core 5G.

Quali sono i tipi di cloud?

In base a chi possiede l’infrastruttura e a chi può usarla si distinguono quattro modelli di distribuzione (deployment).

Cloud pubblico

Le risorse appartengono a un fornitore esterno e sono condivise tra molti clienti. Ognuno lavora in un ambiente isolato logicamente dagli altri, secondo il principio della multi-tenancy. I principali fornitori, detti hyperscaler, sono Amazon Web Services, Microsoft Azure e Google Cloud. Il cloud pubblico non richiede investimenti iniziali e offre una scalabilità quasi illimitata.

Cloud privato

L’infrastruttura è dedicata a una sola organizzazione. Può trovarsi nel datacenter aziendale oppure presso un fornitore che la riserva al cliente. Garantisce più controllo su dati, configurazioni e conformità, a fronte di costi e competenze maggiori. Lo scelgono spesso i settori con requisiti normativi stringenti, come finanza e sanità.

Cloud ibrido

Un cloud ibrido combina cloud pubblico e cloud privato, o infrastruttura on-premise, collegati tra loro in modo che dati e applicazioni possano spostarsi da un ambiente all’altro. Un esempio tipico: i dati sensibili restano nel cloud privato, mentre l’e-commerce usa risorse pubbliche aggiuntive durante i picchi di traffico, come il Black Friday.

Multicloud

Il multicloud prevede l’uso di servizi di più fornitori pubblici, per esempio l’archiviazione su un provider e l’analisi dei dati su un altro. Riduce la dipendenza da un singolo fornitore e consente di scegliere il servizio migliore per ogni esigenza, ma aumenta la complessità di gestione. Può coesistere con un’architettura ibrida.

Il NIST descrive anche il cloud di comunità: un’infrastruttura condivisa da organizzazioni con esigenze comuni, come enti pubblici o istituti di ricerca.

Vantaggi e limiti del cloud

Il cloud conviene quando servono flessibilità e velocità, ma non è la scelta giusta per ogni carico di lavoro.

Vantaggi

  • Costi legati all’uso: niente acquisto anticipato di hardware, si paga ciò che si consuma.
  • Scalabilità ed elasticità: le risorse seguono la domanda, senza sovradimensionare l’infrastruttura per i picchi.
  • Velocità: nuovi server, ambienti di test o applicazioni sono disponibili in pochi minuti.
  • Continuità operativa: backup e repliche in più datacenter semplificano il disaster recovery.
  • Accesso e collaborazione: dati e applicazioni sono raggiungibili da qualsiasi luogo e dispositivo.
  • Manutenzione delegata: aggiornamenti dell’hardware e di molte componenti software sono a carico del fornitore.

Limiti

  • Dipendenza dalla connessione: senza Internet, o con un servizio del fornitore fuori uso, l’accesso si interrompe.
  • Latenza: un datacenter lontano rallenta le applicazioni sensibili ai tempi di risposta. L’edge computing riduce il problema elaborando i dati più vicino a dove vengono generati.
  • Vendor lock-in: servizi e formati proprietari rendono costoso cambiare fornitore.
  • Costi difficili da prevedere: risorse dimenticate accese o sovradimensionate gonfiano la bolletta. La disciplina FinOps nasce proprio per tenerli sotto controllo.
  • Minore controllo diretto: l’infrastruttura fisica non è nelle mani dell’azienda.

Il cloud è sicuro?

Il cloud può essere molto sicuro, ma la sicurezza non dipende solo dal fornitore. Vale il modello di responsabilità condivisa: il provider protegge datacenter, hardware, rete e virtualizzazione, mentre il cliente risponde di dati, account, permessi e configurazioni. Molti incidenti nascono proprio sul lato cliente, da archivi lasciati pubblici, password deboli o accessi mai revocati.

Le misure di base sono quattro:

  • Crittografia dei dati archiviati e in transito.
  • Gestione di identità e accessi: autenticazione a più fattori e permessi limitati a ciò che serve a ogni utente.
  • Backup e monitoraggio per individuare anomalie e ripristinare i dati.
  • Configurazioni verificate con regolarità, soprattutto su archivi e database esposti.

C’è poi il tema normativo. Se tratti dati personali di persone nell’Unione europea, resti titolare del trattamento ai sensi del GDPR anche quando i dati si trovano sui server del fornitore. Il provider agisce come responsabile del trattamento e serve un contratto conforme all’articolo 28. Va verificato anche dove vengono conservati i dati: molti fornitori permettono di scegliere regioni all’interno dell’UE.

Cloud, modello client-server e on-premise: le differenze

Nel modello client-server tradizionale di Internet, il client invia una richiesta e il server risponde, per esempio restituendo una pagina web. Il cloud usa la stessa architettura di rete, ma il server non si limita a rispondere. Esegue applicazioni, conserva dati ed elabora informazioni per conto dell’utente, con risorse virtualizzate, condivise ed elastiche.

Il confronto più utile per un’azienda, però, è tra cloud e on-premise, cioè l’infrastruttura di proprietà installata nella propria sede.

Cloud e on-premise a confronto

AspettoOn-premiseCloud
InvestimentoAcquisto iniziale di server, licenze e localiNessun investimento iniziale, costo a consumo o in abbonamento
ScalabilitàServe comprare e installare nuovo hardwareRisorse aggiunte o ridotte in pochi minuti
ManutenzioneA carico del reparto IT internoIn gran parte a carico del fornitore
ControlloTotale su hardware, dati e configurazioniCondiviso con il fornitore
Dipendenza dalla reteBassa per gli utenti interniAlta: serve una connessione stabile

Perché si chiama «cloud»?

Nei primi schemi tecnici di reti e telecomunicazioni, la parte esterna della rete, quella che non serviva dettagliare, veniva disegnata come una nuvola. Con la diffusione di Internet il simbolo è passato a indicare l’insieme di risorse remote di cui l’utente non vede, né deve conoscere, la posizione fisica.

E i container? Sono IaaS, PaaS, SaaS o FaaS?

Un container racchiude un’applicazione insieme a librerie e dipendenze, così che funzioni allo stesso modo su qualsiasi macchina. A differenza di una macchina virtuale non emula un intero computer: condivide il kernel del sistema operativo che lo ospita. Per questo è più leggero e si avvia in pochi secondi. Docker è lo strumento più usato per crearli, Kubernetes il più usato per orchestrarli.

I container non sono un modello di servizio, ma una tecnologia di pacchettizzazione che si usa in più modelli:

  • su macchine virtuali IaaS, gestendo tutto in autonomia;
  • su servizi Kubernetes gestiti, come Amazon EKS, Google Kubernetes Engine e Azure Kubernetes Service, spesso chiamati CaaS (Container as a Service);
  • su piattaforme PaaS o serverless che eseguono container senza esporre i server, come Google Cloud Run e Azure Container Apps.

I container sono anche la base delle applicazioni cloud native, progettate come insiemi di piccoli servizi indipendenti che si aggiornano e scalano separatamente.

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Domande frequenti

Qual è la differenza tra cloud e cloud computing?

Il cloud indica l’insieme delle risorse informatiche disponibili da remoto, come server, storage, database e applicazioni. Il cloud computing è invece il modello con cui queste risorse vengono erogate tramite Internet, generalmente in modo scalabile e a consumo.

Quali sono i principali servizi cloud?

I principali modelli sono IaaS, PaaS e SaaS. Nell’IaaS il fornitore mette a disposizione l’infrastruttura, nel PaaS anche l’ambiente necessario allo sviluppo, mentre nel SaaS l’utente utilizza direttamente un’applicazione completa gestita dal provider.

Qual è la differenza tra cloud pubblico, privato e ibrido?

Nel cloud pubblico l’infrastruttura è gestita da un provider e condivisa tra più clienti. Il cloud privato è dedicato a una sola organizzazione. Il cloud ibrido combina invece infrastrutture private o on-premise con servizi cloud pubblici.

Fonti e riferimenti
  1. Google Cloud, Responsabilità condivisa e destino condiviso
  2. NIST, The NIST Definition of Cloud Computing
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