Berserk e la lezione di leadership più difficile che la letteratura giapponese abbia mai scritto.
Kentaro Miura ha impiegato trent’anni per costruire una storia leggendaria, mettendo in gioco la propria stessa vita lungo il percorso.
Alla fine, il maestro è venuto a mancare nel 2021 all’età di cinquantaquattro anni senza essere mai riuscito a terminare il suo capolavoro.
E così, Berserk rimane ancora incompiuto nonostante gli sforzi dell’amico Kōji Mori e dello studio Gaga. Ma nonostante questo (o forse proprio per questo) la storia che cerca di raccontare rimane una delle più forti, intense e controverse mai realizzate nella storia dell’umanità.
In particolare, è l’eclissi (a trent’anni di distanza) a sconvolgere ancora i lettori che, inconsapevoli, si approcciano all’opera.
Griffith nasce con un sogno: l’idea ambiziosa (ma anche assurda) di avere un regno tutto suo. E il fatto è che, per raggiungere questo obiettivo, lui avrebbe tutto: il carisma, l’intelligenza, la visione. Dopo anni di imprese, persino un esercito: mercenari senza arte né parte, che in Griffith hanno riconosciuto una luce, una direzione. Una speranza.
Anche Guts, il tragico protagonista di questa storia, non può far altro che ammirarlo e accompagnarlo in battaglia. Ma proprio a un passo dal raggiungere quell’obiettivo, ecco che tutto precipita: la cieca ambizione e il narcisismo di Griffith lo portano a un errore. Forse, il primo gesto spontaneo e non calcolato della sua intera carriera. Da lì arriva il carcere, quindi le torture. Dimenticato dal mondo ma non dalla Banda dei Falchi, Griffith viene liberato ma… A quale scopo? Ormai non è più un guerrirero, e non potrà più ambire a alcun regno.
E così, posto di fronte a una scelta (sacrificare tutti, o sacrificare definitivamente il suo sogno) Griffith sceglierà.
E quella scelta sarà l’eclissi.
Al di là del valore letterario di questo racconto, vogliamo e dobbiamo trovare in questa parabola (che dal sogno al trionfo, precipita nella cieca ambizione) una lezione incredibile per i brand e quegli imprenditori che, illudendosi di poter raggiungere lidi migliori (più guadagni, un ruolo più centrale, o la celebrità magari), sacrificano nel processo tutte le persone che hanno contribuito a portarli fin lì.
Com’è possibile che con Berserk Miura sia riuscito a parlare tanto alle persone quanto alle organizzazioni? Forse è perché i grandi testi non invecchiano mai, perché parlano di condizioni umane che il mercato, il management e la storia non hanno mai risolto. Le stesse domande su ambizione e illusione che Miura mise al centro del suo racconto, e che oggi CEO e board dovrebbero sforzarsi di porre a loro stessi, ben prima di ritrovarsi con un behelit in mano.
Insomma, cambiano i contesti, ma le strutture restano.
E così, in questa nuova rubrica dedicata all’arte e alla letteratura, Bliss porta i grandi testi nel presente. Perché le soluzioni ai problemi che ogni persona e ogni azienda affronta sono già state trovate.
Vanno solo cercate.

L’illusione della scelta
In Berserk, Griffith viene posto di fronte a una scelta: eppure sappiamo che il tempo è solo un’illusione e che nel Karma tutto è già scritto.
In termini un po’ più prosaici (è legittimo cercare questa lettura, a mio avviso) questo significa che in realtà quella scelta è sempre stata illusoria: il leader della Banda dei Falchi aveva già scelto cosa fare molto, molto tempo prima. E lo aveva fatto sin dal primo giorno.
Quasi come se tutto avvenisse già, nel momento in cui lo scegliamo. Il processo è solo una formalità.
Le persone attorno a lui erano sempre state solo pedine dei propri piani: scalini necessari per scalare quella vetta che portava fino al castello dei suoi sogni.
Allo stesso modo, la storia è piena di individui così. E la storia del mercato, forse anche di più!
Quindi, attenzione a definire Griffith un mostro, perché molti brand e molti imprenditori non sono poi così diversi, e le loro storie lo testimoniano.
Parliamo del leader con visione totale e scarso presidio delle persone. Del sistema che regge il peso finché tutti lo sostengono, e si scopre senza fondamenta nel momento in cui qualcuno sceglie di staccarsi. Della cultura aziendale costruita attorno alla personalità del fondatore invece che attorno a un’architettura di valori trasferibile.
Il business è pieno di eclissi: e cioè, di momenti in cui le intenzioni reali dei brand si sono rivelate.
Guai, a dire che siano cambiate.
Basti pensare a quando Elon Musk acquisì Twitter nel 2022 e licenziò il 75% del personale in poche settimane: la narrativa ufficiale era quella della visione radicale. Un’azienda ripulita, più veloce, con un nuovo focus. Eppure, la piattaforma perse in diciotto mesi oltre la metà del suo valore stimato. Gli inserzionisti si ritirarono. Il talento che aveva costruito il prodotto non tornò. E tutto per mettere Musk al centro, e garantirgli una governance totale.
Oggi X vale di più rispetto a prima, probabilmente, ma non è la stessa piattaforma di un tempo, e non lo tornerà mai.

Qualcosa di simile avvenne anche con Oculus, quando Palmer Luckey, giovane e carismatico patito della tecnologia, lanciò su Kickstarter Oculus Rift.
La community dei videogiocatori e degli sviluppatori indipendenti si stringe attorno a lui, finanziando il progetto. Eppure nel 2014, non appena il brand raggiunse l’apice del valore grazie alla spinta della community, Luckey vendette Oculus a Mark Zuckerberg per 2 miliardi di dollari. E per i fan della prima ora fu un’autentica eclissi. Il loro sogno di una realtà virtuale aperta e indipendente svanì. Evidentemente, non era davvero il sogno di Luckey, che ottenne il suo “regno” (i miliardi), sacrificando i suoi sostenitori più accaniti.
Per carità, è normale pensare cose tipo: al posto loro, cosa avresti fatto?
Ogni brand che cresce abbastanza riceve prima o poi un’offerta che cambierebbe tutto. E sul piano economico, non tutte le eclissi finiscono male. X oggi vale più di Twitter. Palmer Luckey è miliardario. OnePlus vende ancora smartphone. Non vorrei forse essere al posto loro?
Non sono io, il punto. Il punto è il brand, che non è più quello che era: e anche la community, sì, che forse dopo esserci cascata una volta, non tornerà più a sostenere nello stesso modo una realtà.
La lezione di Berserk
Prima di tutto, Miura ci insegna una cosa: a credere in noi, molto più che negli altri.
Sì, l’insieme fa la forza (e se mai l’opera finirà, sarà la Banda di Guts a risolvere tutto, ne sono certo), ma si può fare gruppo solo quando si è abbastanza sicuri di sé da non attaccarsi agli altri per bisogno, ma solo per condivisione di ideali. Seguire una persona che vuole un suo regno ha senso solo se quel regno lo vuoi anche tu. Altrimenti, prima o poi ci sarà un’eclissi, a sacrificare l’altro sarà la persona con l’ambizione maggiore.
Non quella con gli ideali più dolci.
Questa lezione, però, riguarda i consumatori.
E per quanto riguarda brand e imprenditori? Sono sincero, non ne sono convinto neanche io. Forse perché tutto quello che mi verrebbe da dire è retorico e scontato. Io, dopotutto, come mi comporterei con un Behelit in mano? Chi sacrificherei, per realizzare i miei sogni?
Forse la lezione più grande che Miura ci abbia lasciato non è una risposta ma una domanda: o almeno, l’importanza di porsi tutte queste domande, prima di scegliere e agire.
Perché solo se hai il coraggio di porti queste domande avrai modo di trovare la risposta, e capire che tipo di persona sei.
Quella che sacrificherebbe tutto per un suo regno.
O quella che, con sacrifici ed empatia, sarebbe in grado di costruirne uno. E di regnarlo.
Nuove Connessioni (FAQ)
Cosa distingue un leader con visione da un leader come Griffith?
La risposta alla domanda: per chi esiste questa organizzazione? Se la risposta è il sogno del leader, l’organizzazione è Griffith. Se la risposta include le persone che la abitano come valore in sé, ha una struttura che regge anche quando il leader non c’è.
Come riconosce un professionista di stare costruendo la propria identità attorno a un riferimento esterno?
Chiedendosi cosa resterebbe di sé se quell’azienda, quel mentor o quel ruolo sparissero domani. Se la risposta è poco, il lavoro più urgente non è professionale. È identitario.
Perché Berserk è letteratura e non solo intrattenimento?
Perché le domande che pone, su potere, sacrificio, identità e direzione, non hanno risposte consolatorie. Miura non assolve nessuno. Non semplifica niente. È esattamente il tipo di onestà che la narrativa deve alle persone che la leggono.

