IT

EN

Branding

Inheritourism: 80 milioni di potenziali visitatori cercano le loro radici

C’è chi viaggia per vedere luoghi e chi viaggia per ritrovare sé stesso.
Il viaggio è, dopotutto, uno dei capisaldi della cultura occidentale: da Ulisse fino a oggi, gli uomini hanno sempre attraversato il mondo alla ricerca di qualcosa di più, di un semplice panorama.

Spesso è il passato, quello che si cerca di più prendendo un aereo. Il passato di un popolo, di una nazione. Ma anche quello di una famiglia.

Non a caso, il Turismo delle Radici è oggi uno dei segmenti a crescita più rapida del turismo italiano. E uno dei meno governati come brand territoriale.

Il Ministero degli Affari Esteri stima 7,4 milioni di arrivi in Italia nel 2026 da parte di italodiscendenti: persone che vengono a cercare il paese di origine della propria famiglia. Un borgo nel Molise, un cognome su una lapide in Calabria, una ricetta che si tramanda da quattro generazioni. Nel 2024, questo flusso ha generato 5 miliardi di euro. La stima globale degli italodiscendenti nel mondo è di 80 milioni di persone.

Il Ministero del Turismo ha inserito il Turismo delle Radici tra le priorità del Piano di Comunicazione 2026. Il PNRR ha stanziato investimenti dedicati. La Farnesina ha convocato 800 sindaci. L’infrastruttura istituzionale esiste. Eppure il prodotto narrativo, nella maggior parte dei casi, no.

Oggi scopriamo insieme l’inheritourism, la sua natura e le sue potenzialità.

Il turista delle radici non vuole un itinerario

Chi viene in Italia per trovare le proprie origini porta con sé aspettative che nessuna guida turistica può soddisfare. Non sta cercando un weekend in un borgo medievale, infatti, ma la conferma di un’appartenenza. Vuole sapere chi erano le persone che condividevano il suo cognome, cosa producevano, come vivevano, cosa rimane di quella vita nel paesaggio e nelle tradizioni di quel luogo.

Questa è la differenza fondamentale tra inheritourism e turismo culturale ordinario: il visitatore arriva già con un legame emotivo potenziale. Il compito del territorio non è creare interesse, allora, ma trovare il modo di onorare un legame che esiste già. Questo richiede un lavoro narrativo preciso: sapere cosa si può raccontare di quel luogo in modo autentico, quali tracce materiali sopravvivono, quali figure e mestieri e storie possono essere mostrati.

I borghi italiani custodiscono il 93% dei prodotti agroalimentari certificati DOP e IGP del paese. Hanno archivi, dialetti, architetture, riti e memorie che non esistono altrove. Il turismo delle radici bypassa le grandi città e si dirige verso le identità locali. Il problema è che molti di questi borghi non hanno ancora fatto il lavoro di capire cosa hanno da raccontare, e a chi, e in quale forma.

Un generico “tour d’Italia” non basta. Serve una narrazione territoriale vera, costruita sull’identità specifica di quel luogo, capace di rispondere alla domanda che il visitatore porta con sé: perché sono fatto come sono, e cosa di questo luogo è ancora in me?

Il tempo è adesso

L’inheritourism non è una moda del momento ma la convergenza di tre tendenze che si alimentano a vicenda: (i) la crescita dell’industria genealogica globale, (ii) l’aumento delle classi medie nei paesi con forte emigrazione storica italiana, e (iii) la ricerca di esperienze di viaggio più profonde e personali dopo anni di turismo di massa.

Quegli 80 milioni di italodiscendenti nel mondo stanno già cercando da soli (con app di genealogia, archivi parrocchiali digitali o gruppi Facebook) le proprie origini. Arriveranno quindi ai nostri borghi comunque. La domanda è se troveranno qualcosa di reale ad aspettarli, o soltanto un bed and breakfast con la bandiera italiana e un menù fisso.

Il prodotto narrativo si costruisce nel tempo, e richiede un lavoro che nessun bando PNRR può acquistare da solo: capire cosa rende unico quel luogo specifico, renderlo leggibile per chi arriva da lontano con aspettative altissime, e trasformarlo in un’esperienza che valga il viaggio.

Chi inizia questo lavoro oggi ha un vantaggio che si allarga ogni anno. Chi aspetta che qualcun altro lo faccia al proprio posto rinuncia a uno dei segmenti di turismo più fedeli, con una maggiore capacità di spesa, e più difficili da spostare verso un’altra destinazione.

Perché un turista delle radici che trova quello che cercava non va altrove l’anno successivo. Torna. Si radica.


Nuove Connessioni (FAQ)

Come si costruisce una narrazione territoriale per il turismo delle radici?

Si parte dall’identità specifica del luogo, non dal catalogo turistico generico. Quali sono i mestieri storici, le migrazioni documentate, le figure che hanno segnato la comunità, i prodotti che portano l’impronta di quel territorio? Una narrazione efficace per il turismo delle radici è costruita su fonti primarie verificabili, non su stereotipi regionali. Richiede la collaborazione di archivisti, storici locali, associazioni di italiani all’estero e operatori turistici. Il risultato non è un pacchetto: è una storia che può essere raccontata in formati diversi secondo il profilo del visitatore.

Il turismo delle radici è sostenibile come modello economico per i piccoli borghi?

Sì, e ha il vantaggio di una stagionalità distribuita. Il turista delle radici non arriva necessariamente ad agosto: arriva quando può, con un orizzonte di viaggio più lungo e una spesa media superiore a quella del turista ordinario, perché il viaggio ha un significato personale rilevante. Il flusso economico di 5 miliardi generato nel 2024 è distribuito su tutte le stagioni e su territori che altrimenti non riceverebbero attenzione turistica. Per un borgo dell’entroterra meridionale, intercettare anche una frazione di questo flusso può fare la differenza tra l’abbandono e la rinascita.

Come può un borgo prepararsi ad accogliere il turismo delle radici?

Prima ancora di promuoversi, il territorio deve rendere accessibile ciò che il visitatore viene a cercare: archivi, cognomi, storie familiari, mestieri, tradizioni, luoghi dell’emigrazione e persone capaci di interpretarli. A questo patrimonio vanno poi collegati servizi concreti, come assistenza genealogica, itinerari personalizzati, guide formate, esperienze legate alla memoria locale e contenuti disponibili anche per chi vive all’estero. Il branding arriva a dare una forma riconoscibile a questo sistema. È il tipo di lavoro in cui Bliss interviene sulla strategia e sulla governance del brand territoriale, facendo dialogare identità, narrazione, operatori locali e promozione. Perché nel turismo delle radici la destinazione non deve inventare una storia da vendere: deve organizzare e rendere leggibile quella che possiede già. Quando questa identità deve tradursi anche nell’esperienza e nella promozione delle strutture ricettive, entra in gioco il marketing per hospitality e hotellerie, che collega territorio, contenuti, distribuzione digitale e capacità di generare domanda.

BLISS®
© 2026. ALL RIGHTS RESERVED

BLISS®© 2026. ALL RIGHTS RESERVED
Scritto il · Aggiornato il

Brand Advisory

Brand Positioning
Brand Architecture
Archetypal Models
Identity Systems

Audit

Consulting
Advisory
Growth
Applicazione della strategia nei mercati
Sistema di controllo del brand
Framework di attivazione globale
Validazione strategica delle iniziative

Corallo.Ai

Operations

Photography
Video Production
Campaign Shooting
Cinematic Content
Visual Identity
Graphic Systems
3D Design
Motion Assets
UI/UX Design
Web Development
E-Commerce
Platform Maintenance
Google Ads
Meta Ads
SEO Optimization
AI Optimization

SEM

AI Visibility
Semantic Authority
Citabilità Generativa
LLM Digital PR