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Editoriali

Palantir può essere la soluzione? Il problema non è mai lo strumento, ma chi lo controlla

Da diversi giorni le forze dell’ordine cercano un uomo in tutta Italia.
Posti di blocco, droni, foto diffuse su ogni canale disponibile. Migliaia di segnalazioni da verificare una a una.

Nella giornata di domenica è persino stato fermato un treno, senza però trovarvi a bordo chi si sperava.

Questo è il modo in cui un’indagine di simile portata si conduce oggi in Italia: dispersivo, manuale, dipendente in larga parte dal fattore umano e dalla fortuna di un riconoscimento casuale.

Casi come questo riaprono il dibattito sulle solite questioni insolute riguardo la tecnologia di sorveglianza.
Avere strumenti di analisi dei dati avanzati, capaci di incrociare in tempo reale informazioni che oggi restano disperse tra banche dati diverse, sarebbe davvero un problema?

La risposta onesta è che il problema non è mai stato lo strumento ma chi lo controllava, con quali regole e con quale possibilità di verifica indipendente.
Insomma, tra le mille domande sbagliate ce n’è sempre stata una giusta. Quella che riguarda la governance.

La sede della Palantir Technologies si trova a Miami, Florida.

Lo strumento non è neutro, ma non è questo il punto

Palantir, l’azienda americana che più di ogni altra incarna questo dibattito, costruisce piattaforme capaci di integrare database pubblici, immagini, comunicazioni e registri amministrativi in un’unica visione.

In sostanza, raccoglie dati ovunque si possano raccogliere, per poi metterli insieme, incrociando milioni di informazioni al secondo. Il perfetto strumento di sorveglianza, che apre un’infinità di questioni etiche. Prima tra tutte, le condizioni con cui strumenti come Palantir vengono utilizzati: la base giuridica, la proporzionalità tra mezzo e fine, la possibilità reale di un controllo esterno sull’operato di chi li usa.

Eppure, è innegabile che strumenti come Palantir aiuterebbero nelle cacce all’uomo come quella a cui stiamo assistendo questi giorni. E lo farebbero pure in maniera efficientissima, permettendo alla polizia di incrociare immagini prese dalle telecamere di videosorveglianza, i microfoni dei telefoni, le telefonate.

Suonerà forse come un film di 007, ma il futuro (imminente) è questo.
Se si trasformerà in una distopia o in un’utopia, dipende solo dalla gestione dello strumento.

Quello che abbiamo e quello che manca

Il governo italiano ha previsto un budget per l’intelligenza artificiale applicata alla sicurezza, con la possibilità per la magistratura di ricorrere allo screening dei dati biometrici “in casi eccezionali e minacce gravi”, e con l’autorizzazione di un giudice.
Solo che il budget stanziato (un miliardo di euro) resta distante da quello degli altri paesi europei: 22 miliardi nel Regno Unito, 10 in Francia.

La differenza è anche e soprattutto nella sovranità tecnologica: senza un’infrastruttura pubblica europea capace di competere con le piattaforme private americane, ogni discussione sull’adozione di sistemi avanzati si scontra con la stessa criticità di fondo: quei dati, a chi vengono affidati davvero?

In Parlamento, le interrogazioni sul tema chiedono al governo se enti pubblici italiani abbiano già rapporti con Palantir o aziende collegate, e quali garanzie esistano contro un uso improprio dei dati pubblici più sensibili.
È la domanda giusta. Molto più della domanda, ricorrente ma sterile, se la tecnologia in sé sia pericolosa o meno.

Alexander Caedmon Karp, CEO e fondatore di Palantir.

La governance prima dello strumento

Un sistema capace di incrociare dati di mobilità, segnalazioni, immagini di videosorveglianza in tempo reale avrebbe probabilmente reso più rapida una ricerca come quella in corso in queste ore. Questo è oggettivo, e sarebbe disonesto negarlo solo per qualche ideologia.

Ma la rapidità non è tutto, e non sarà questo a stabilire se tecnologie come Palantir (se non Palantir stessa) verranno usate un domani.

Sul piatto della bilancia c’è la possibilità di sapere, sempre e con certezza, (i) chi usa lo strumento, (ii) per quale finalità dichiarata, (iii) con quale autorizzazione e con quale possibilità per un’autorità indipendente di verificarlo a posteriori.
Una piattaforma di analisi dei dati senza queste condizioni è un potere da temere.

Se però le condizioni vengono tutte soddisfatte, ritengo giusta l’idea di sperimentarne l’utilizzo.

Ogni paese oggi si trova di fronte a due possibilità. Due vie ben distinte.
La prima è importare l’infrastruttura di un fornitore privato straniero, accettando che la sovranità sui propri dati sensibili passi attraverso un attore commerciale che risponde ad altre giurisdizioni. La seconda è costruire, con investimenti necessari, un sistema proprietario. Più costoso, ma anche più sicuro.

La terza possibilità è una non possibilità, come sempre. Una non-via. E cioè, non scegliere. Non fare nulla. E accettare che cacce all’uomo come quella di questi giorni vengano gestite come si faceva venti o trenta anni fa.


Nuove Connessioni (FAQ)

Se l’Italia adottasse uno strumento come Palantir, sarebbe comunque sotto il controllo della magistratura italiana?

Dipenderebbe interamente da come verrebbe regolato l’accordo, non dalla buona volontà di chi lo propone. Il caso tedesco è istruttivo: nel 2023 un tribunale ha dichiarato incostituzionale l’uso di Palantir da parte della polizia, e nonostante questo lo strumento non è stato abbandonato, ma la legge è stata modificata per renderlo compatibile. Questo mostra che la pressione a usare strumenti già acquistati tende a prevalere sulle obiezioni giuridiche iniziali, se non esistono meccanismi di controllo indipendenti e vincolanti fissati prima dell’adozione, non dopo.

Perché si parla tanto di Palantir e non di altre aziende che gestiscono enormi quantità di dati, come Google o Meta?

Perché la natura del rischio è diversa. Google o Meta accumulano dati per scopi commerciali, in un contesto regolato dalle logiche di mercato e dalla concorrenza. Palantir mette i propri strumenti al servizio diretto del potere statale: intelligence, sorveglianza, decisioni operative delle forze dell’ordine. Quando un errore di profilazione lo commette una piattaforma pubblicitaria, il danno è circoscritto. Quando lo stesso tipo di errore lo commette un sistema che orienta un’indagine di polizia o una decisione di sicurezza nazionale, le conseguenze toccano direttamente la libertà delle persone.

Un’azienda privata che gestisce dati pubblici sensibili può rifiutarsi di rispondere a un’autorità di controllo, citando il segreto commerciale?

È uno dei nodi giuridici meno risolti, e la cronaca recente lo conferma: Palantir è nota per la propria riservatezza estrema sul funzionamento dei suoi algoritmi, spesso invocando segreti commerciali e sicurezza nazionale. Quando un sistema che orienta decisioni pubbliche è, per sua stessa natura contrattuale, opaco anche verso le istituzioni che lo usano, il principio di trasparenza amministrativa si svuota nella pratica, anche se resta intatto sulla carta. È esattamente per questo che la proposta più seria che circola tra i giuristi è condizionare ogni adozione di questi strumenti a un diritto di audit indipendente, non negoziabile, prima della firma di qualsiasi contratto.

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Aggiornato il 30 Giugno 2026

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