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Un brand, due siti: perché The Economist ha deciso di parlare separatamente ad AI e umani

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La notizia è nota. Dal 3 giugno 2026, i bot generano il 57,5% del traffico HTML totale del web. In altre parole, ci sono più macchine, oggigiorno, che navigano, rispetto agli umani (appena il 42,5%).

Si tratta di un dato. Di un fatto. Di una notizia incontrovertibile che apre di fronte a noi molti scenari. Il primo è quello della paura: che succederà quando ci saranno solo macchine, a interagire tra loro online? Non ne ho idea. Il secondo, invece, è quello dell’adattamento: se questo è il mondo che verrà, allora bisogna prepararsi, e agire di conseguenza.

Ecco, questa seconda opzione – quest’altra via – è quella scelta da The Economist, che ha deciso di costruire un’architettura capace di rispondere a entrambi i profili che visitano il suo sito. Da una parte gli umani (i cari, vecchi e prevedibili umani), dall’altra le macchine.

Una decisione di brand governance che la maggior parte delle organizzazioni non ha ancora preso, ma che forse presto si mostrerà necessaria.
Osserviamo i fatti.

Un mondo scansionato da macchine

Il CEO di Cloudflare, Matthew Prince, ha confermato il 3 giugno 2026 che i bot generano ora più traffico degli umani sull’intero web. Un fenomeno che, osservando i social, avevamo già potuto intuire, ma che ora si estende ben oltre la rete sociale.
Il bot di Anthropic scansiona 10.300 pagine per ogni singolo referral che invia ai publisher. GPTBot è a 903 a 1. Tutti i siti web, tutte le pagine, sono costantemente scansionati da macchine che hanno lo scopo di costruire una conoscenza onnicomprensiva sul mondo.

Nel farlo, ovviamente questi sistemi non leggono il vostro sito come lo faremmo noi: potremmo dire, piuttosto, che lo consumano come materia prima per costruire risposte.

Nel concreto, questo significa che per una macchina elementi grafici di un certo tipo, costruzioni retoriche e impaginazione contano il giusto. È la gerarchia delle informazioni che conta.  

The Economist ha deciso di rispondere a questa realtà in modo diretto. Secondo Digiday, il magazine è in fase di sperimentazione con versioni dei propri articoli progettate per essere lette dai soli agenti AI: contenuto strutturato specificamente per essere processato, citato e sintetizzato dai sistemi AI, parallelo alla versione editoriale pensata per i lettori umani. Due tracce, due architetture, due obiettivi. Un unico sito.

Una risposta geniale a un problema che non si è ancora palesato, e che apre a un dubbio chiave per i brand nell’era AI: come si governa la propria presenza in un ecosistema dove il pubblico non è più umano?

Chi avrà il coraggio di fare lo stesso?

La verità che dobbiamo realizzare oramai è questa: il sito di un brand nel 2026 non serve solo ai clienti che lo visitano. Serve ai sistemi AI che lo scansionano, lo indicizzano e lo usano come fonte per rispondere alle domande degli utenti.
Ogni volta che qualcuno chiede a un sistema AI cosa pensi di un’azienda, qual è la migliore opzione in una categoria o se un brand è affidabile, il sistema costruisce la risposta a partire da ciò che ha trovato scansionando il web.

Siccome però, come abbiamo visto, la struttura ottimale per un lettore umano non è la struttura ottimale per un bot, coinvolgimento e narrazioni non servono davvero. Un documento scritto per un’AI deve produrre esclusivamente citazioni. E tanto basta.

La GEO (Generative Engine Optimization) è la risposta che il settore ha iniziato a costruire. The Economist ha scelto una risposta più radicale: non ottimizzare il sito esistente per entrambi i pubblici, ma costruire architetture separate per ognuno.

E ora?

La scelta di The Economist porta a una conclusione chiara: il sito web non è più uno strumento di comunicazione verso i soli umani. È un’infrastruttura che deve servire a due tipi di pubblico con esigenze diverse. E più andrà avanti il progresso dell’AI, più sarà così.

Questo non significa che ogni organizzazione debba costruire due siti, è ovvio, ma chiedersi cosa un’intelligenza artificiale trarrebbe da una certa pagina è ormai diventato necessario. Perché forse, molto presto, parlare solo agli umani sarà il modo più veloce per non riuscire più ad attrarre altri umani.


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Cosa significa concretamente avere una versione del sito ottimizzata per i sistemi AI?

Significa avere pagine con struttura dati precisa (Schema.org markup), informazioni chiave organizzate in modo che siano facilmente estraibili senza dover leggere l’intero articolo, claim supportati da fonti verificabili citate esplicitamente, e una presenza coerente su tutte le piattaforme che i sistemi AI usano come fonte primaria: Wikipedia, LinkedIn, fonti giornalistiche di riferimento. Non richiede necessariamente un sito separato: richiede che l’architettura informativa del sito esistente sia progettata pensando a due tipi di lettori invece di uno.

I sistemi AI non utilizzeranno anche la versione umana del sito?

La utilizzeranno, ma meno efficientemente. Un sistema AI che deve estrarre informazioni precise da un articolo narrativo scritto per coinvolgere un lettore umano deve fare molto più lavoro interpretativo di uno che trova le stesse informazioni in formato strutturato. Nel mondo in cui i sistemi AI consumano il 57,5% del traffico web, ottimizzare per loro non è più una scelta tecnica opzionale: è una condizione di visibilità.

Chi dovrebbe occuparsi della presenza di un brand nei sistemi di intelligenza artificiale?

Non può essere responsabilità esclusiva del team SEO. La visibilità nelle risposte generate dipende dall’architettura del sito, ma anche dalla chiarezza del posizionamento, dalla coerenza delle informazioni pubblicate, dalle fonti esterne che descrivono l’azienda e dalla capacità di rendere verificabili prodotti, competenze e claim. Per questo Bliss affronta la GEO come un tema che incrocia posizionamento online, contenuti e Brand Governance: l’obiettivo non è semplicemente rendere una pagina più leggibile da un crawler, ma governare l’insieme delle informazioni da cui un sistema AI ricostruirà l’identità dell’azienda. In un web frequentato anche dalle macchine, la domanda diventa quindi la stessa che vale per qualsiasi altro touchpoint: chi sta decidendo ciò che il brand comunica quando non è il brand a parlare direttamente?

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