La piattaforma ha dichiarato guerra ai post generati dall’AI senza prospettiva reale. Ma la domanda vera non è come li riconosce, ma perché ce ne sono così tanti.
LinkedIn è nato per essere il luogo in cui i professionisti si mostravano per quello che sapevano fare davvero. La sala in cui le idee incontravano le carriere, e l’autorità trovava fondamento nell’esperienza condivisa.
Eppure, chi resta oggi in questa stanza?
Piuttosto, sembra quasi una galleria di specchi, dove tutti riflettono, ma nessuno illumina.
E così, il feed scorre pieno di frasi costruite tutte uguali, elenchi ordinati e complimenti vuoti. Nonostante un comparto importante di conoscenze e posizioni, la sensazione allora è di leggere sempre lo stesso post: sempre la stessa storia. Anche se non si sa esattamente dove.
Il motivo è semplice: LinkedIn ormai è davvero tutto uguale, perché anche se ci sono tanti profili a comunicare, la voce che ne esce è solo una: quella dell’AI.
La maggior parte dei post è scritta dallo stesso strumento, partendo da prompt simili, ottimizzati per lo stesso algoritmo.
In rete lo chiamano AI slop. Letteralmente: sbobba AI. Post generati dall’intelligenza artificiale con poco sforzo, che pur sembrando curati in superficie mancano di qualsiasi prospettiva o sostanza.
E LinkedIn ne è diventata la piattaforma di riferimento (con un danno d’immagine enorme).

L’annuncio
Laura Lorenzetti, VP di Prodotto di LinkedIn, ha pubblicato un articolo ufficiale in cui la piattaforma dichiara guerra a tre categorie specifiche di materiali. I post e i commenti AI privi di prospettiva originale; i video creati per raccogliere interazioni senza aggiungere valore, e gli strumenti di automazione di terze parti che producono contributi in serie. A questi si aggiunge la penalizzazione di bot e profili falsi, con la possibilità di filtrare i membri verificati (oggi oltre 100 milioni) nelle visualizzazioni del profilo e tra i commenti.
Perciò, i post identificati come AI slop non verranno rimossi. Semplicemente verranno soppressi dalle raccomandazioni, rimanendo visibili solo ai contatti diretti, con reach limitata.
E così, chi fino a oggi ha costruito la propria produzione LinkedIn attraverso contributi AI verrà presto penalizzato in modo netto. Nei test iniziali, i sistemi di rilevamento hanno identificato il 94% dei post considerati generici.
Il paradosso
Eppure, c’è un paradosso: LinkedIn stesso promuove l’AI, e lo fa con il pulsante “Riscrivi con AI” integrato nel compositore dei post.
La stessa piattaforma che ha dichiarato guerra all’AI slop vende strumenti AI per produrre post. Ipocrisia? Non proprio.
La distinzione è nel contenuto. L’AI che semplifica un’idea originale è benvenuta. Quella che sostituisce la capacità dell’uomo di formulare idee, invece, verrà soppressa.
Tra i segnali che i sistemi di rilevamento già cercano, Engadget ha riportato costruzioni specifiche che Bliss ha già evidenziato spesso, come il trattino lungo usato in modo compulsivo e la struttura contrastiva “non è X, è Y”.
Due pattern che chi ha letto questo blog riconoscerà.

Perché tanta AI?
Se LinkedIn in origine aveva una sua funzione nella condivisione dell’expertise e nella costruzione di una rete di relazioni umane, l’uso così massivo di AI oggi ha una ragione specifica.
Anzi, tre.
La prima è tecnologica: l’AI ha abbassato il costo di produzione di un post a quasi zero. Prima, scrivere qualcosa di presentabile richiedeva tempo, sforzo, revisione. Adesso richiede un prompt e trenta secondi (e se ci si sente particolarmente ispirati, una rilettura). La barriera di attivazione è scomparsa, e con essa la selezione naturale che quella barriera garantiva.
La seconda ragione è algoritmica. Per anni LinkedIn ha premiato la frequenza. Chi pubblicava e interagiva spesso cresceva. Chi pubblicava e interagiva poco spariva. Il messaggio implicito era: il volume è la strategia. L’AI ha permesso di portare il volume a livelli prima impossibili, e molti lo hanno fatto.
La terza e ultima ragione ha radici psicologiche, ed è forse anche la più interessante. LinkedIn è la piattaforma in cui il bisogno di validazione professionale è più esplicito di qualsiasi altro social. La ricerca del rinforzo dopaminergico dei like mostra come le notifiche di apprezzamento attivino gli stessi circuiti della ricompensa coinvolti in altri comportamenti compulsivi. Su LinkedIn, quei circuiti si attivano su un terreno professionale, e questo rende la dipendenza ancora più facile da razionalizzare. Si scrive networking, ma il più delle volte si legge “ricerca del like”.
E così, l’AI ha semplicemente trasformato questa dinamica in un sistema industriale.
E se l’AI si diffondesse altrove?

La brutta notizia è che, in effetti, è già troppo tardi. Gli altri social hanno già una presenza massiva di AI. Magari è meno evidente perché i contenuti sono di vario formato, ma ci sono.
La mossa di LinkedIn è la prima di questo tipo da parte di una piattaforma professionale, e per questo è interessante chiedersi cosa succederebbe se Instagram, TikTok o X applicassero la stessa logica.
Su Instagram il problema è già visibile nelle immagini: volti generati che popolano i feed lifestyle, paesaggi fotorealistici che non esistono, campagne visive costruite interamente con Midjourney. Una stretta sulle immagini AI richiederebbe il watermarking obbligatorio, che Google sta già standardizzando con SynthID. L’effetto sarebbe una ridistribuzione della visibilità verso chi produce materiali autentici.
Su TikTok, dove la velocità di produzione è già estrema, una penalizzazione dell’AI slop rimetterebbe al centro il formato che la piattaforma ha sempre valorizzato: la persona reale, in tempo reale, con una prospettiva personale. Paradossalmente, potrebbe essere la mossa che salva il formato breve dal collasso verso l’omogeneità.
Su X il problema è diverso. I bot AI sono già infrastruttura. Eliminarli cambierebbe radicalmente la percezione delle discussioni sulla piattaforma, rivelando che molti dei trend e delle discussioni più popolari sono in realtà costruzioni artificiali. La resistenza a questo cambiamento, però, sarebbe forte, perché il volume percepito è parte del prodotto.
In tutti i casi, la tendenza che si intravede è la stessa. Le piattaforme stanno capendo che la qualità del segnale vale più del volume del brusio generale. E che un feed in cui le persone trovano qualcosa di valore vale più, economicamente, di un feed in cui vedono molto ma non trovano nulla.
I danni al personal branding
Ironia della sorte, l’AI Slop viene prodotto per implementare il personal branding, ma è anche un segnale estremamente negativo per chi vuole costruire il proprio profilo.
I pilastri di un buon personal brand sono: una voce riconoscibile, un punto di vista difendibile, una coerenza solida.
La produzione di post delegata all’AI può ottimizzare la voce e renderla più strutturata, ma tutto il resto deve essere umano, per funzionare. Punto di vista e coerenza sono caratteristiche individuali, declinate da ciascuno individualmente. Se invece si chiede una prospettiva a un’AI, quella che si ottiene è solo uniformità.
Il danno di immagine si ramifica a sua volta in tre modi.
Il primo è la perdita di voce distintiva: dopo mesi di post generati dall’IA, il profilo suona come qualunque altro. E questo è il contrario del personal brand: è general branding.
Il secondo è l’incapacità di sostenere una conversazione reale: chi ha delegato il pensiero all’AI non sa rispondere a una domanda diretta sul proprio tema con la stessa qualità che sembrava avere nel post; o produce d’altro canto commenti e interazioni non all’altezza di sé. Un danno gravissimo.
Il terzo è l’erosione della fiducia: nel tempo, il pubblico percepisce la differenza tra chi scrive perché ha qualcosa da dire e chi scrive perché vuole sembrare che lo abbia. A poco a poco, questo erode ogni forma di fiducia.
L’autorità non è un qualcosa che va ottimizzato. Si costruisce.
Soltanto che per costruire serve tempo. L’AI può aiutarci a sfruttare meglio il tempo che abbiamo, ma riempirlo per noi, no.

Una valutazione per i brand
Il ragionamento vale ancora di più per le organizzazioni che gestiscono la propria presenza su LinkedIn come un canale di contenuto delegato.
Molte aziende hanno costruito strategie di thought leadership affidando la produzione di post a strumenti AI o ad agenzie che li producono in serie. Il risultato è una presenza che sembra attiva ma non dice nulla sul brand. Un profilo aziendale che pubblica ogni giorno senza mai prendere una posizione, o senza mai condividere qualcosa che i competitor non potrebbero firmare allo stesso modo, sta producendo l’esatto contrario di quella reputazione che cercava.
Il problema non è l’AI
Eppure, non è l’AI il vero problema.
Nonostante tutto, e nonostante quello che si è detto fin qui, non sarà mai lo strumento il vero problema, ma il suo utilizzo.
LinkedIn ha dichiarato guerra all’AI slop. Ma la guerra vera non dovrebbe essere contro ChatGPT o Claude, quanto contro l’abitudine di usarli per non pensare.
L’AI può aiutarci a scrivere meglio, a organizzare le idee, a trovare angolazioni che non avevamo considerato. La uso anch’io quotidianamente. L’importante è che non sostituisca ciò che rende un contributo davvero rilevante: l’esperienza; il punto di vista che rende una notizia o un’opinione veramente uniche, e degne di posizione.
La stanza degli specchi di LinkedIn è piena di frasi costruite bene, ma oltre il riflesso cosa si trova?
Non lo so nemmeno io. Di una cosa però sono certo: qui, come ovunque nel nostro paese, il valore c’è. Ed è umano.
Il punto è solo trovare un modo per coltivarlo, senza scorciatoie.
Nuove Connessioni (FAQ)
Come capisco se un post è scritto con l’AI?
LinkedIn sta ricorrendo a un approccio che la piattaforma definisce “AI solving AI”: sistemi addestrati a riconoscere pattern ricorrenti nei post generati senza prospettiva originale. Tra i segnali identificati ci sono costruzioni linguistiche tipiche dei modelli generativi, la struttura contrastiva “non è X, è Y”, l’uso compulsivo del trattino lungo, e la ripetizione di formati senza variazione. I post così identificati non vengono rimossi ma soppressi dalle raccomandazioni. La penalizzazione riguarda la distribuzione verso nuovi pubblici, non la visibilità ai contatti diretti.
Usare l’intelligenza artificiale per scrivere i post mi penalizza?
LinkedIn è esplicita su questo punto: l’AI assistita è benvenuta se il post parte da un’idea originale e aggiunge prospettiva reale. La penalizzazione colpisce i post generici, quelli che potrebbero essere firmati da chiunque, quelli che riformulano concetti noti senza aggiungere nulla. Il criterio non è lo strumento usato. È la qualità del pensiero che lo precede. Chi usa l’AI per esprimere meglio ciò che pensa non ha nulla da temere. Chi la usa per non dover pensare, sì.
Come capisco se sto andando bene su LinkedIn?
L’unico modo è smettere di misurare la propria presenza LinkedIn in volumi e iniziare a misurarla in posizionamento. Un post al mese con una prospettiva specifica, difendibile e riconoscibile vale più di trenta post generici che non dicono nulla di specifico sul brand. Il cambiamento non è tecnico: è editoriale. Richiede che qualcuno in azienda si faccia carico di avere un punto di vista, di costruirlo nel tempo e di avere il coraggio di pubblicarlo anche quando non piace a tutti.