Cartelloni. Slogan. Interventi parlamentari.
Negli ultimi due anni una parola antica è tornata nel lessico politico europeo con un significato quasi opposto a quello che aveva in origine.
In italiano viene fatta risalire a Giordano Bruno, che nel 1584 la utilizza per descrivere il ritorno nel luogo da cui si era partiti. Nelle lingue europee circola almeno dall’inizio del Seicento con un significato altrettanto neutro: migrare di nuovo, migrare all’indietro, tornare. Nel 2023, però, una giuria di linguisti tedeschi l’ha scelta come “brutta parola dell’anno”, denunciandone l’uso come eufemismo per espulsioni forzate e deportazioni di massa.
La parola è remigrazione.
E anche se la sua etimologia parla di ritorno, la domanda che suscita è: chi ha il potere di decidere a quale luogo appartiene un’altra persona?
Per trovare una risposta bisognerà seguire due storie. Quella lunga e universale del ritorno, che appartiene all’esperienza umana.
E quella breve e rumorosa di una parola trasformata in programma politico.
Storia del termine remigrazione
Il mondo antico
Prima di diventare una proposta elettorale, il ritorno è stato un desiderio.
L’Odissea di Omero è la storia di un ritorno che dura vent’anni. Ulisse non vuole restare a Troia, né vuole fermarsi nelle terre che attraversa: vuole tornare a Itaca. La narrazione del ritorno come epica del desiderio appartiene alla cultura greca così profondamente da diventare un archetipo letterario per tre millenni.
Il fenomeno affondava le sue radici nella realtà storica. Le colonie greche fondate tra l’VIII e il VI secolo a.C. sulle coste del Mediterraneo e del Mar Nero mantenevano legami vivi con le madrepatrie. I coloni tornavano per commerciare, per partecipare alle feste religiose, per morire nella terra dei padri. Le grandi dispersioni ebraiche del mondo antico, dalla Babilonia del VI secolo a.C. all’esilio romano del I-II secolo d.C., producevano il desiderio inverso: il ritorno a Gerusalemme come speranza religiosa e politica che avrebbe attraversato venti secoli di storia diasporica.
Il ritorno al luogo d’origine, nel mondo antico, era insieme necessità economica, obbligo religioso e sentimento identitario.
Era, in altre parole, un fenomeno umano.
Certo, però: il mondo greco non conosceva solo il ritorno.
Era abituato all’esilio.
Essere allontanati dalla propria polis significava perdere non solo la propria casa ma anche l’identità politica, i diritti e il posto occupato nella comunità. Uscirne voleva dire diventare vulnerabili, dipendere dall’ospitalità di un altro popolo e scoprire che l’appartenenza poteva essere revocata.
Uno studio sui rifugiati politici nella Grecia antica mostra come gli esuli fossero una presenza frequente nelle fonti greche. Alcuni venivano accolti e protetti. Altri erano considerati vagabondi, mendicanti o minacce per la stabilità della città. Atene rivendicava la propria apertura, mentre altre poleis praticavano l’espulsione degli stranieri.
La vicenda di Temistocle ne mostra tutta l’ambiguità. Dopo aver contribuito alla vittoria greca contro i Persiani, fu ostracizzato da Atene e costretto a cercare rifugio altrove, fino ad approdare proprio alla corte persiana.
Già allora, quindi, essere respinti rappresentava una decisione politica, e tracciava il confine tra chi apparteneva alla comunità e chi poteva esserne escluso.

Medioevo ed età moderna
Nella Grecia antica l’esilio aveva già mostrato che l’appartenenza non era un diritto definitivo. Ma è nel Medioevo e nell’età moderna che questa stessa logica cambia totalmente scala.
Non riguarda più soltanto, infatti, i singoli oppositori o i gruppi coinvolti nelle lotte politiche. Intere popolazioni vengono costrette a partire in nome dell’uniformità religiosa, culturale e, più tardi, nazionale.
Il 1492 è l’anno di Colombo. È anche l’anno del Decreto dell’Alhambra, con cui Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia imposero agli ebrei dei propri regni di convertirsi o lasciare la Spagna. Le stime sul numero degli espulsi variano, ma il provvedimento spezzò comunità intere che vivevano nella penisola iberica da secoli.
Persone nate in Spagna vennero mandate altrove in nome di un’origine che avrebbe dovuto stabilire quale fosse la loro vera casa.
Per i musulmani il processo fu più lungo. Dopo la caduta di Granada iniziarono le conversioni forzate. I loro discendenti, conosciuti come Moriscos e formalmente cristiani, continuarono però a essere considerati un corpo estraneo. Tra il 1609 e il 1614 Filippo III ne ordinò l’espulsione dalla Spagna: circa trecentomila persone furono allontanate da territori nei quali le loro famiglie vivevano da generazioni.
Nel 1685 Luigi XIV revocò l’Editto di Nantes, eliminando le tutele religiose e civili riconosciute ai protestanti francesi. Circa duecentomila ugonotti lasciarono la Francia per l’Inghilterra, i Paesi Bassi, la Svizzera, il Brandeburgo e altri territori europei. Portarono con sé competenze artigianali, commerciali e manifatturiere che contribuirono allo sviluppo delle economie disposte ad accoglierli.
Ogni espulsione cercava di rendere una società più uniforme. Eppure spesso finiva per impoverire il luogo che espelleva e trasformare quello che accoglieva.
Il colonialismo aggiunse un’ambiguità ulteriore. Gli europei che si stabilirono nelle Americhe, in Africa e in Asia crearono comunità destinate, generazioni dopo, a confrontarsi con una domanda difficile: restare nella terra in cui erano nate o tornare verso una patria conosciuta soltanto tramite racconti?
La stessa ambiguità attraversa la nascita della Liberia. Nel 1822 l’American Colonization Society fondò sulla costa occidentale africana un insediamento destinato agli afroamericani liberi e alle persone sottratte alla schiavitù. Il progetto veniva presentato come un ritorno in Africa. Molti di coloro a cui era rivolto, però, erano nati negli Stati Uniti e non avevano mai visto il continente africano.
La colonizzazione teneva insieme aspirazioni diverse e spesso contraddittorie. Alcuni afroamericani vi vedevano la possibilità di costruire una società libera dal razzismo statunitense. Una parte dei sostenitori bianchi considerava invece il trasferimento un modo per allontanare una popolazione nera libera che metteva in discussione l’ordine fondato sulla schiavitù.
Anche in questo caso, la parola “ritorno” nascondeva una decisione presa da altri. Stabiliva quale fosse la casa di una persona non sulla base del luogo in cui era nata o aveva vissuto, ma dell’origine che le veniva attribuita.

Il dopoguerra
Il Novecento compie un passo ulteriore. Alla fine della Seconda guerra mondiale, oltre quattordici milioni di tedeschi e persone di origine tedesca fuggirono o furono espulsi dai territori dell’Europa centrale e orientale. Provenivano soprattutto dalle regioni assegnate alla Polonia e all’Unione Sovietica, dalla Cecoslovacchia, dall’Ungheria, dalla Romania e dalla Jugoslavia.
I confini erano cambiati. Le persone, almeno secondo la logica che guidava quei trasferimenti, dovevano cambiare con loro.
Molti vivevano in quei territori da generazioni. Alcuni non avevano mai abitato in Germania. Eppure, la loro origine linguistica o familiare bastava a stabilire quale dovesse essere la loro nuova destinazione. Quello che veniva presentato come un ritorno era, per milioni di persone, un’espulsione verso un Paese quasi sconosciuto.
La decolonizzazione degli anni Cinquanta e Sessanta produsse altri movimenti imponenti. Nel 1962, con l’indipendenza dell’Algeria, circa 650.000 persone lasciarono il Paese nell’arco di pochi mesi, dirigendosi in gran parte verso la Francia. Tra loro c’erano i pieds-noirs, gli europei d’Algeria, molti dei quali appartenevano a famiglie stabilite nel territorio da più generazioni.
Anche loro vennero definiti “rimpatriati”. Ma la patria verso cui tornavano era un luogo sconosciuto.
Dinamiche simili accompagnarono la fine degli imperi coloniali in Angola, Mozambico, Rhodesia e Kenya. I coloni europei lasciavano territori nei quali erano nati, ma che il sistema coloniale aveva permesso loro di abitare in una posizione di privilegio. Il ritorno alla madrepatria era insieme necessità, perdita e conseguenza della fine di un ordine politico.
Negli anni del miracolo economico europeo il ritorno assume invece una forma diversa. Per rispondere alla carenza di manodopera, la Germania Ovest stipulò accordi di reclutamento con Paesi come Italia, Grecia, Turchia e Jugoslavia. I lavoratori che arrivavano venivano chiamati Gastarbeiter: lavoratori ospiti. Il nome conteneva già il destino previsto per tutti loro: tornarsene, il prima possibile.
Tra la fine degli anni Cinquanta e il 1973, circa quattordici milioni di lavoratori stranieri arrivarono nella Germania Ovest. Undici milioni ripartirono. Gli altri rimasero, furono raggiunti dalle proprie famiglie e costruirono una parte della società tedesca contemporanea.
Chi tornò riportò con sé competenze, abitudini, oggetti, aspettative e modi diversi di immaginare il futuro. Anche le comunità d’origine cambiarono attraverso il confronto tra chi era partito e chi era rimasto.

La remigrazione, oggi
Arriviamo ai giorni nostri. In particolare, al 2011, quando il filosofo e scrittore francese Renaud Camus pubblica Le Grand Remplacement. La sua teoria è che l’immigrazione stia progressivamente sostituendo, sul piano demografico e culturale, le popolazioni europee autoctone; dando così un nome a quell’opinione che da alcuni anni circola in certi ambiti politici.
Il nome più associato alla diffusione del concetto è però quello di Martin Sellner, attivista austriaco del Movimento Identitario, che nel 2024 ha pubblicato per l’editore Antaios il libro Remigration: ein Vorschlag. La tesi centrale del suo testo è che il rimpatrio volontario o incentivato di immigrati “non assimilati” sarebbe non solo legittimo, ma necessario per la sopravvivenza demografica e culturale dell’Europa.
Il punto di svolta arriva nel gennaio 2024. La rete di giornalismo investigativo Correctiv rivela un incontro segreto avvenuto a Potsdam nel novembre 2023, in una villa sulle rive di un lago vicino a Berlino. Tra i presenti: esponenti dell’AfD, Sellner, rappresentanti dell’alta borghesia tedesca e alcuni esponenti della CDU. Il piano presentato prevedeva l’espulsione non solo di immigrati irregolari, ma di cittadini tedeschi naturalizzati e di chiunque non venisse considerato “assimilato”. L’ipotesi estrema: la deportazione di milioni di persone verso uno “Stato modello” in Nord Africa.
Lo scandalo produsse l’effetto opposto a quello che probabilmente molti partecipanti avrebbero desiderato. Una parola confinata agli ambienti della destra identitaria raggiunse improvvisamente milioni di persone.
Le piazze, le urne e i parlamenti
La reazione in Germania fu immediata.
Nelle settimane successive alla pubblicazione dell’inchiesta di Correctiv, centinaia di migliaia di persone scesero in piazza contro il piano di Potsdam e contro l’AfD. Amburgo, Monaco, Berlino, Colonia, Francoforte: alcune delle più grandi manifestazioni nella storia della Germania federale.
Il risultato però fu controintuitivo. Non solo l’AfD non crollò, ma alle elezioni europee del giugno 2024 ottenne il 16%, affermandosi alle federali dell’anno successivo come secondo partito del Paese. La giuria di linguisti che aveva eletto Remigration “brutta parola dell’anno 2023”, segnalando il suo uso eufemistico per coprire l’idea di deportazioni di massa, non aveva fermato la sua diffusione. Al contrario, l’aveva accelerata. Creando una vera e propria escalation.
In Austria, il Partito della Libertà (FPÖ) di Herbert Kickl vince le elezioni federali nel settembre 2024 con il 28,8% dei voti, con la remigrazione inserita a chiare lettere nel programma elettorale. Era la prima volta che il termine compariva in un documento ufficiale di un partito di governo nell’Europa occidentale. Nel gennaio 2025, per la prima volta in un parlamento nazionale italiano, il deputato della Lega Rossano Sasso dichiara in aula: “La remigrazione è l’unica soluzione”.
A maggio dello stesso anno si tiene a Gallarate il primo Remigration Summit, con quattrocento attivisti provenienti da tutta Europa. Nel novembre 2025, il Dipartimento per la Sicurezza Interna degli Stati Uniti pubblica su X una sola parola: Remigrate. Il 26 marzo 2026, il Parlamento europeo approva il Regolamento Rimpatri con 389 voti: centri di detenzione fuori dall’Unione Europea, espulsioni verso Paesi terzi senza legame diretto con i migranti, trattenimento fino a ventiquattro mesi. A giugno 2026, a Roma, un corteo per la remigrazione trova risposta immediata in una grande contro-manifestazione antifascista.
La distanza tra lo scandalo di Potsdam e il voto di Strasburgo è di ventisette mesi. In ventisette mesi, un concetto che nel 2023 costava la carriera politica a chi lo pronunciava è diventato oggetto di votazione nel parlamento più importante del mondo occidentale.

Una parola, due storie
La remigrazione, nella sua lunga storia, ha avuto due facce.
La prima è quella del ritorno come scelta.
Il lavoratore che, dopo trent’anni trascorsi all’estero, rientra nel proprio Paese. Il rifugiato che torna appena le condizioni lo permettono. Il migrante che decide di ricominciare nel luogo da cui era partito.
Nel 2024 i programmi di ritorno volontario assistito dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni hanno sostenuto quasi 59.000 persone nel rientro e nel percorso di reintegrazione. Qui il ritorno è una possibilità accompagnata, scelta da chi parte e costruita intorno alla sua storia.
La seconda è quella del ritorno come selezione identitaria.
Non riguarda soltanto chi non possiede il diritto di restare. Introduce una distinzione tra cittadini considerati pienamente appartenenti alla comunità e cittadini la cui appartenenza rimane condizionata, incompleta, revocabile.
Le due facce non si assomigliano. Condividono una parola, e nient’altro.
La storia delle migrazioni è sempre stata una storia di partenze e ritorni, di identità che si trasformano, di persone che portano in un luogo nuovo ciò che erano in quello precedente. Ogni grande città conserva le tracce di questo movimento. Ogni lingua contiene parole nate dall’incontro tra popoli diversi.
Il punto, quindi, non è stabilire se gli esseri umani tornino nei luoghi da cui sono partiti. Lo hanno sempre fatto. Il punto è capire quando il ritorno smette di essere una scelta e diventa una sentenza.
Una parola può conservare la propria etimologia e perdere il proprio significato. Remigrazione continua a voler dire ritorno. Ma il nostro tempo ci obbliga a porre tre domande in più.
Il ritorno di chi?
Deciso da chi?
Verso quale casa?
Nuove connessioni (FAQ)
Che cosa significa remigrazione?
Nel suo significato originario, remigrazione indica il ritorno di una persona nel luogo da cui era partita. Nel dibattito politico contemporaneo, però, il termine è utilizzato per descrivere politiche di rimpatrio rivolte non soltanto agli immigrati irregolari, ma in alcuni casi anche a cittadini naturalizzati o considerati non assimilati.
Qual è la differenza tra rimpatrio e remigrazione?
Il rimpatrio è una procedura giuridica che riguarda il ritorno di una persona nel proprio Paese d’origine, volontariamente o in seguito a un provvedimento. La remigrazione, nell’uso politico attuale, introduce spesso un criterio più ampio e identitario: non si limita a chiedere chi abbia il diritto legale di restare, ma mette in discussione chi possa essere considerato pienamente parte della comunità.
Perché la parola remigrazione è diventata così controversa?
Perché una parola apparentemente neutra può rendere più accettabili proposte molto più radicali. Parlare di ritorno attenua l’idea di espulsione e lascia in secondo piano una domanda decisiva: chi stabilisce quale sia la vera casa di una persona? La controversia nasce quando il ritorno non è più una scelta individuale, ma una destinazione imposta sulla base dell’origine, della cultura o dell’appartenenza attribuita.