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Il nemico sei tu: una critica alla cultura dell’ottimizzazione

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Mi chiedo spesso cosa direbbe Tyler Durden se, in un ipotetico Fight Club 2, potesse vedere come ci siamo ridotti oggi.

La scena che si parerebbe di fronte ai suoi occhi sarebbe più o meno questa: un adolescente si scatta una foto. La carica sui social con un tag. Aspetta. Il telefono vibra. A poco a poco inizia a ricevere decine di commenti anonimi di utenti che analizzano ogni millimetro del suo volto. Mandibola da limare. Canthal tilt da correggere. Alcuni gli danno voto 6, altri 6.3, altri 5 e mezzo. È necessario un glow up.

Non si tratta di un episodio isolato o di una puntata di Black Mirror.
Una scena simile non è uscita dalla penna di Palahniuk. Si tratta della routine quotidiana di centinaia di migliaia di ragazzi tra i 14 e i 25 anni (e anche oltre, a essere sinceri).
Solo su TikTok, l’hashtag #looksmaxxing supera i 170.000 video, con miliardi di visualizzazioni complessive. Il termine nasce dalla fusione tra looks e maxxing: massimizzare il proprio aspetto fino al limite delle possibilità genetiche. O oltre.

E così, il corpo è diventato un progetto da ottimizzare. Il viso è oramai un KPI. E un solo principio vige in tutto questo: se non sei al massimo, è perché non ti stai impegnando abbastanza.

Abbiamo smesso di prendercela con chi ci è sopra. Forse perché è diventato inarrivabile?
No, oramai il nemico siamo noi. Da combattere con ogni strumento possibile.

Un esempio di App che si occupa di massimizzazione del volto: analizza con sistemi biometrici le caratteristiche del volto, suggerendo esercizi mirati e pratiche per migliorare i punti deboli.

Da dove arriva, davvero

Il looksmaxxing affonda le radici nei forum della manosfera e nella cultura incel della metà degli anni 2010, in spazi dominati dalla cosiddetta black pill: la convinzione nichilista che l’attrattività fisica genetica sia l’unico vero motore del successo sociale e romantico. In quei forum i volti venivano scomposti con goniometri e linee geometriche, e i partecipanti classificati su scale che vanno da “subumano” a “Chad”.

Quel linguaggio tossico, negli ultimi anni, è stato ripulito e impacchettato per un pubblico molto più ampio. Gli algoritmi che premiano i contenuti di self-improvement hanno fatto il resto: hanno preso un’ideologia di nicchia, nata dalla frustrazione e dal risentimento, e l’hanno trasformata in contenuto virale per milioni di adolescenti persuasi ormai del fatto che la vita sia un’esperienza da massimizzare in ogni aspetto.

Dall’estetica, alle relazioni con il prossimo.

Dal particolare, al generale

Il lookmaxing non è un’eccezione, ma solo la manifestazione di una logica di fondo che ha colonizzato ogni altro ambito della vita contemporanea.
Mi riferisco alla convinzione per la quale ogni cosa (dal sonno alle relazioni, dal cortisolo alla mindfulness) sia un parametro da massimizzare, e che fermarsi a un valore qualunque, anche buono, sia un fallimento.

Dormi, ma sai esattamente quanto hai dormito perché un anello al dito te lo dice ogni mattina con un punteggio.
Lavori, ma non basta lavorare bene: serve fatturare. E se non stai fatturando, devi fare networking.
Non stai facendo network? Bene, devi occupare quel tempo comunque per “migliorarti” in qualcos’altro mentre aspetti la prossima occasione. Yoga. Meditazione. Allenamento portato all’estremo.

Anche quando ti rilassi devi produrre qualcosa: perché il tempo libero non serve più a calmare la mente, ma a renderti più performante per quello che verrà.

Persino l’Organizzazione delle Nazioni Unite ha riconosciuto il fenomeno su scala collettiva: un’economia ossessionata dalla crescita e dalla competitività produce burnout diffuso, e colpisce più duramente chi ha meno risorse per affrontarlo.

Il looksmaxxing applica al volto la stessa equazione che la cultura della performance applica a tutto il resto. Se un parametro esiste, va massimizzato.
Se non lo massimizzi, è colpa tua.

Cosa succede quando proviamo a ottimizzare tutto

La psicologia clinica parla a riguardo di perfezionismo maladattivo.
Chi ne soffre fa dipendere la propria valutazione di sé dal raggiungimento di standard elevati, in una logica del tutto o nulla: ciò che è meno che perfetto viene vissuto come un fallimento totale. E che conseguenze potrà mai avere tutto questo su giovani che stanno ancora formando la propria visione di sé e del mondo?

Superata una certa soglia, questa spinta riduce le prestazioni. Un po’ come continuare ad allenarsi quando si è stanchi, o quando si ha uno strappo, non fa crescere il muscolo ma lo consuma.

Questo è il punto che la cultura dell’ottimizzazione preferisce non guardare: superata una soglia, ogni ulteriore tentativo di massimizzare un parametro smette di produrre benessere e comincia a consumarlo.
È una proprietà strutturale di qualunque sistema, umano o meccanico, spinto oltre il proprio punto di equilibrio.

Dalla storica scena finale di Fight Club sono passati oltre vent’anni. È lecito chiedersi cosa verrebbe demolito, oggi, dai seguaci di Durden.

Cosa direbbe oggi Tyler Durden

Non lasciatemi dire quello che direbbe Tyler Durden, perché sarebbe molto scurrile.
Possiamo però intuire il succo del discorso che farebbe, ricordandoci che allenarsi, dormire o prendersi cura della propria pelle non sono di per sé problemi. Il problema è quando queste cose smettono di essere scelte e diventano obblighi. Quando ci si ritrova a misurarsi, sulla base di quali standard non si sa.

La prima cosa da recuperare, oggi, è allora la distinzione tra miglioramento e ottimizzazione infinita. Il miglioramento ha una direzione e, prima o poi, arriva a un punto in cui ci si può fermare a goderne i frutti. L’ottimizzazione infinita, invece, non ha mai un punto di arrivo, perché ogni traguardo raggiunto diventa il nuovo punto di partenza per il traguardo successivo. E questo è estenuante.

La seconda cosa da fare è riconoscere che l’imperfezione non è un dato da correggere, ma una condizione naturale dell’umanità.
Dobbiamo essere imperfetti. Dobbiamo essere inefficienti. È giusto stare stesi un pomeriggio senza il bisogno di fatturare e ottimizzare ogni cosa. Accettarlo non è rassegnazione. È l’unico modo per smettere di vivere in un perenne stato di insufficienza rispetto a un parametro che, per definizione, non si può mai soddisfare del tutto.

Cosa resterà, se non cambiamo

Pensiamo all’eredità che vogliamo lasciare domani.
Ci sta davvero bene crescere una generazione sul mito della misura? Forgiarla, in un’età così delicata, sul principio per cui se non si è primi, si è ultimi?

Insegnare ai più giovani che si può essere incompleti, in pausa, persino mediocri in qualcosa senza che questo definisca il proprio valore, è una delle poche difese reali contro un ambiente digitale costruito apposta per convincerli del contrario.

Il nemico, in questa storia, non è la tecnologia che misura il sonno, né l’app che valuta il viso, o l’algoritmo che premia il self-improvement. Questi sono tutti strumenti, che si limitano a fare quello per cui sono stati costruiti.
Il vero nemico non vive in un’app o in un algoritmo. Vive nella testa di chi ha deciso che niente è abbastanza.

Già, quel nemico siamo noi.
Noi, e questa nostra moderna ossessione al confronto. Noi, e questa insicurezza che non sembra volerci abbandonare più.


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Come si distingue, in pratica, il miglioramento sano dall’ottimizzazione che fa male?

Guardando da dove arriva la spinta e dove finisce. Il miglioramento sano nasce da un desiderio personale, ha un obiettivo definito e, una volta raggiunto, lascia spazio a soddisfazione reale. L’ottimizzazione patologica nasce dal confronto con uno standard esterno che si sposta sempre un passo più avanti, e anche quando un traguardo viene raggiunto non produce soddisfazione, ma solo il prossimo traguardo da inseguire. Una domanda semplice aiuta a capire da che parte si sta: se raggiungessi questo obiettivo oggi, mi fermerei a goderne, oppure passerei subito al prossimo parametro da correggere?

Se i social media e gli algoritmi alimentano questa pressione, ha senso ridurre drasticamente il tempo che i più giovani passano online?

Riduce l’esposizione, ma non risolve il meccanismo di fondo se non si accompagna a qualcos’altro. Un adolescente che passa meno tempo su TikTok ma continua a misurare il proprio valore in base a standard di performance, voti, risultati sportivi, aspetto fisico, sposterà semplicemente la stessa logica su un altro terreno. La riduzione del tempo online è utile come misura di contenimento immediato, ma la protezione reale è insegnare, fin da piccoli, che il proprio valore non dipende da nessun punteggio, in nessun ambito. Senza quella base, qualsiasi algoritmo futuro troverà comunque un varco.

Esiste un modo per applicare la cura di sé, il miglioramento personale o la disciplina sul lavoro senza cadere nella trappola dell’ottimizzazione infinita?

Sì, e la differenza sta nel porsi limiti espliciti prima di cominciare, non durante. Decidere in anticipo cosa è “abbastanza” per un obiettivo specifico, una routine di allenamento, un traguardo professionale, un livello di cura della propria immagine, e fermarsi davvero quando quel livello viene raggiunto, è l’unico modo per godere dei benefici della disciplina senza esserne consumati. Il problema non è mai la disciplina in sé. È l’assenza di un punto di arrivo dichiarato fin dall’inizio.

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