Il caso Roma-Lazio di maggio 2026 non è un incidente isolato. È il sintomo di un sistema progettato per produrre crisi invece di governarle.
Martedì 12 maggio, con cinque giorni di anticipo su una delle partite più importanti della stagione, la Prefettura di Roma ha emesso un’ordinanza che spostava Roma-Lazio da domenica 17 a lunedì 18 maggio. La finale degli Internazionali di Tennis al Foro Italico era programmata domenica pomeriggio, e la concomitanza delle due manifestazioni creava rischi per l’ordine pubblico.
Eppure, ci troviamo in un punto critico della stagione: quattro squadre si contendono un posto in Europa: la concomitanza tra le partite è un requisito necessario, per l’integrità del campionato. E così, la Lega Serie A ha presentato ricorso urgente al TAR del Lazio. Ma Giovedì 14 maggio il TAR ha deciso di non decidere.
La soluzione è arrivata solo più tardi. Roma-Lazio si giocherà domenica alle 12:00, trenta minuti prima del previsto. La Lega ha contestualmente chiesto agli Internazionali di Tennis di spostare la finale alle 17:30. Non c’è certezza che succederà.
Questo è il risultato di una settimana di crisi istituzionale.
Trenta minuti, e una speranza.
Un campionato che distribuisce 900 milioni di euro di diritti televisivi ai propri club non è in grado di stabilire, cinque giorni prima del fischio d’inizio, quando si giocherà il derby della Capitale.
Il Ministro dello Sport Andrea Abodi ha centrato il punto.
“Ci si poteva pensare prima? Il momento in cui queste cose si valutano è prima del calendario.”
Una frase che descrive il sistema calcio italiano alla perfezione.

Un pattern, oltre l’episodio
Questa non è la prima volta che disservizi simili succedono.
Nella stagione in corso la Serie A aveva pianificato di portare Milan-Como a Perth, in Australia, per diventare il primo campionato europeo a giocare una gara ufficiale fuori dal continente. L’operazione è saltata dopo quella che il comunicato ufficiale ha definito una serie di “richieste inaccettabili” della federazione asiatica. Progetto annunciato, visibilità generata, umiliazione pubblica.
Prima ancora, per anni, la gestione dei diritti televisivi ha prodotto crisi ripetute. Contratti scaduti, periodi di vuoto normativo, broadcaster che entravano e uscivano dal sistema, abbonati in confusione. Si stima che la pirateria bruci circa 300 milioni di euro l’anno di valore dai diritti.
Ogni crisi ha la stessa struttura. Qualcosa succede. Le istituzioni si interrogano su chi ha competenza. Si cerca una soluzione nell’urgenza. La soluzione arriva in ritardo o non arriva. Il prodotto subisce il danno.
Un confronto imbarazzante
La Premier League distribuisce ai propri club 3,4 miliardi di euro a stagione in diritti televisivi. La Serie A ne distribuisce 900 milioni. Il rapporto è di quasi quattro a uno. Southampton, ultima classificata in Premier nella stagione 2024/25, ha incassato 130 milioni di euro. L’Inter, prima in Serie A, ne ha incassati 82. Un club retrocesso in Inghilterra guadagna il 60% in più del campione d’Italia.
La spiegazione più comoda è quella del mercato. Il calcio inglese piace di più all’estero, ha investito prima, ha stabilità commerciale.
Tutto vero.
La spiegazione più realistica però è un’altra. La Premier League è governata da una struttura operativa che la Serie A non ha mai costruito. Il calendario viene finalizzato con 18 mesi di anticipo, con tutti gli stakeholder coinvolti. I conflitti tra eventi vengono identificati e risolti prima di diventare emergenze pubbliche. L’ordinanza prefettizia a cinque giorni da una finale di stagione non esiste perché non esiste il presupposto che la renda possibile.
Il divario è strutturale, prima che economico.

Cosa produce un prodotto senza governance
La Serie A ha il materiale grezzo per essere uno dei prodotti sportivi più preziosi al mondo. I club con più storia in Europa, le tifoserie più appassionate, il paese con la cultura calcistica più radicata. Napoli, Milano, Roma, Torino, Firenze: città di riferimento del turismo internazionale. Eppure il prodotto vale meno di quanto potrebbe, e la distanza dalla Premier cresce ogni stagione.
Il principio che spiega il fenomeno è semplice. Un prodotto che non si governa produce crisi. Le crisi non distruggono il prodotto immediatamente (il calcio italiano è troppo amato per sparire) ma lo erodono nel tempo. Ogni episodio come quello di questa settimana produce una perdita di fiducia da parte degli investitori internazionali, dei broadcaster, degli sponsor e dei tifosi neutrali che potrebbero sceglierlo come prodotto da seguire.
L’identità del brand Serie A è fortissima. La governance è debole.
L’identità regge nel breve periodo. Nel lungo, vince la governance.
E intanto il TAR non sa rispondere
Il TAR non ha deciso perché la questione non era giuridica ma organizzativa.
Nessun tribunale amministrativo può sostituire la decisione che avrebbe dovuto essere presa in sede di calendarizzazione. Nessuna ordinanza prefettizia può fare il lavoro che spetta a una struttura di governance capace di coordinare eventi, calendari, sicurezza e interessi commerciali prima che diventino emergenze.
La domanda che la Serie A non si è mai posta con sufficiente serietà è la stessa che ogni organizzazione che cresce senza governarsi finisce per incontrare. Chi decide cosa, quando, con quale autorità, in base a quale processo condiviso?
In assenza di una risposta documentata e operativa a quella domanda, la risposta diventa sempre la stessa.
La decide qualcun altro. Spesso all’ultimo momento.
Di solito, male.
Il derby si giocherà. La Serie A continuerà. Ma ogni settimana come questa costruisce il caso per chi sostiene che il calcio italiano sia un grande prodotto mal governato. E quell’analisi è corretta.

Il paradosso che regge il sistema
La Serie A è uno dei pochi prodotti al mondo capaci di sopravvivere alla propria governance. La passione dei tifosi è talmente radicata da permettere al sistema di funzionare male senza che nessuno sia abbastanza motivato a cambiarlo. Ogni crisi viene assorbita dall’amore per il prodotto. E quell’amore è esattamente la ragione per cui il sistema non cambia. Finché i tifosi ci sono, nessuno paga il prezzo in modo abbastanza visibile da rendere la riforma urgente.
Il prezzo esiste. Lo pagano i tifosi che giovedì non sapevano se comprare un biglietto per domenica o lunedì (quando, tra l’altro, Roma sarà bloccata da uno sciopero generale); i broadcaster che non riescono a pianificare la copertura. Lo pagano gli sponsor che non possono attivare le iniziative collegate all’evento e i club medio-piccoli che continuano a perdere terreno rispetto ai competitor europei perché il prodotto collettivo vale meno di quanto potrebbe.
Il costo di questa settimana non apparirà in nessun bilancio.
Si accumulerà, silenziosamente, e nel lungo periodo assumerà un nome preciso.
Valore che non è stato costruito.
Nuove Connessioni (FAQ)
Perché la Premier League non ha i problemi della Serie A?
Per una ragione strutturale precisa. La Premier League è governata da un’entità con autorità effettiva sui club e capacità operativa reale. Il calendario viene costruito con tutti gli stakeholder coinvolti con 18 mesi di anticipo. I conflitti tra eventi vengono identificati e risolti prima di diventare crisi pubbliche. La differenza non è culturale né geografica. È di architettura istituzionale.
Il problema è la Lega Serie A o i singoli club?
Entrambi, ma con pesi diversi. I club tendono a massimizzare i propri interessi di breve termine a scapito del prodotto collettivo. Questo è normale e prevedibile in qualsiasi sistema. Il problema è che la Lega non ha costruito un sistema che renda questo comportamento meno dannoso per il prodotto comune. Una governance efficace non dipende dalla buona volontà dei singoli. Dipende da regole, processi e strutture che producono il risultato giusto anche quando i singoli perseguono interessi divergenti.
Cosa dovrebbe fare la Serie A per tornare un campionato serio?
Costruire quello che non ha. Un piano editoriale del calendario sviluppato su 18 mesi con tutti gli stakeholder istituzionali coinvolti. Un protocollo di coordinamento con le prefetture e le autorità locali delle città sede di grandi eventi. Una catena di responsabilità che eviti la situazione attuale, in cui una decisione operativa viene rimessa a un tribunale amministrativo cinque giorni prima della partita. La questione è di brand governance applicata al prodotto più guardato d’Italia. Il problema non ha soluzione calcistica. Ha soluzione organizzativa.