Il 1° luglio 2026 Folarin Balogun viene espulso durante Stati Uniti-Bosnia con un cartellino rosso diretto.
Ricadendo su Muharemovic, calpesta involontariamente la caviglia del difensore bosniaco. Un intervento fortuito, ma molto brutto da vedere. E così l’arbitro, richiamato al VAR, è costretto a confermare l’espulsione. Scatta la squalifica. È il regolamento.
Quattro giorni dopo, però, Donald Trump fa un annuncio tramite il suo social, Truth. Il comitato disciplinare della FIFA ha rimediato «all’ingiustizia subita», sospendendo la squalifica di Balogun e applicando l’articolo 27 del Codice Disciplinare. Il numero 20 degli Stati Uniti potrà scendere regolarmente in campo contro il Belgio negli ottavi di finale.
Secondo il New York Times, Trump stesso avrebbe chiamato Infantino per fare pressing sulla decisione.
Un episodio senza precedenti nella storia dei Mondiali, che però trascende la mera dimensione legale o sportiva. Si tratta infatti di un caso di governance: l’esempio di un’istituzione che applica le proprie regole in maniera selettiva, sotto pressione esterna.
Insomma, un problema di architettura istituzionale che va ben oltre il risultato di una partita.

Il peso della pressione
Un fatto interessante da sottolineare è che la squalifica di Balogun non è stata annullata, bensì sospesa per un periodo di prova di un anno: se Balogun commetterà un’altra infrazione di natura e gravità simile, la sospensione potrà essere revocata e la sanzione applicata. Tutto questo a discapito dell’articolo 66.4 del Codice Disciplinare FIFA e dell’articolo 10.5 del Regolamento della Coppa del Mondo.
Attraverso una norma generale, si è finito per neutralizzare l’effetto della norma specifica.
Il precedente Ronaldo, citato dalla stessa FIFA come base per l’articolo 27, riguardava una squalifica di tre giornate ridotta a una. Il caso Balogun è la prima applicazione nella storia dei Mondiali dell’articolo 27 a una squalifica automatica di una sola giornata. Anche se la norma applicata è la stessa, le circostanze (e la posta in gioco) sono completamente diverse.
Un chiaro cortocircuito sportivo, la cui dimensione politica offre una prospettiva inquietante sulla governance della FIFA (che, pur avendo smentito l’influenza della telefonata di Trump, non può smontare del tutto la narrativa che è andata costruendosi in queste ore).
La conseguenza dell’incoerenza
Una regola applicata in modo selettivo ha lo stesso effetto di una regola che manca. L’architettura istituzionale smette così di funzionare come sistema e inizia a funzionare come discrezionalità.
Un’istituzione come la FIFA invece (che coordina 211 federazioni), deve esercitare la propria autorità in maniera rigorosa: con estrema coerenza e al di là dell’ambito politico; senza subire alcuna forma di dipendenza. Prendendo una decisione atipica nei confronti della nazione ospitante, rischia non solo di alterare il peso di una partita, ma anche di perdere (pubblicamente e internamente) il controllo della situazione.
E quando si devono gestire tante realtà diverse, la governance è tutto. Perché la FIFA presiede il calcio mondiale con un mandato che include la protezione dell’integrità della competizione: solo che, quando la decisione più discussa del torneo più grande della propria storia viene presa in cinque giorni, a seguito di una telefonata ricevuta da parte di un capo di Stato, teoria e pratica si separano.
E quella separazione ha conseguenze sulla fiducia nell’intero sistema.

Una lezione per tutti
Molto spesso le realtà importanti si ritrovano a perdere credibilità a poco a poco, e questo a causa delle decisioni che prendono, e che entrano in contrasto con quanto dichiarato.
Le organizzazioni che governano processi di grande importanza, soggette a molta pressione (nel calcio come in qualsiasi altro settore), hanno l’obbligo di presidiare la propria credibilità prima ancora dei propri risultati. Perché solo un’istituzione che rispetta le proprie decisioni (e che perciò viene rispettata per la propria coerenza) sopravvive alle scelte più delicate.
Il Mondiale negli USA stava già subendo critiche da varie direzioni, con le varie vicissitudini dei mesi passati (i quattro tempi, il trofeo lasciato a Trump, i commenti sulle nazioni non partecipanti come l’Italia). Con quanto accaduto ieri, la governance di Infantino non potrà che vacillare ancora di più.
Nuove Connessioni (FAQ)
La FIFA ha applicato l’articolo 27 in passato. Perché questa volta è diverso?
Perché l’applicazione precedente più citata, il caso Ronaldo, riguardava una squalifica discrezionale di tre giornate, non una squalifica automatica di una giornata prevista esplicitamente dal regolamento di competizione e ribadita in una circolare distribuita a tutte le federazioni partecipanti. La distinzione non è tecnica. È strutturale: applicare la discrezionalità a una sanzione automatica modifica il principio su cui si fonda l’automatismo, che è esattamente la certezza della pena indipendentemente dalle circostanze.
Il Belgio può fare ricorso e ottenere qualcosa di concreto?
La federazione belga ha dichiarato di stare esaminando tutte le opzioni legali disponibili. Sul piano formale, la FIFA ha applicato un articolo del proprio codice, quindi il ricorso si scontra con la difficoltà di impugnare una decisione che ha una copertura normativa, per quanto contraddittoria rispetto ad altre norme dello stesso codice. Il rischio più concreto per il Belgio è che un eventuale percorso legale si concluda dopo la partita, quando il danno sportivo immediato è già avvenuto. Un precedente stabilito in questo modo rimane però nel sistema normativo e può essere invocato in futuro da chiunque si trovi in circostanze analoghe.
Episodi come questo cambiano davvero la reputazione di un’istituzione come la FIFA, o passano senza conseguenze durature?
Dipende da cosa accade dopo. La FIFA ha già attraversato crisi reputazionali molto più gravi, incluso lo scandalo di corruzione del 2015 con decine di arresti e condanne. È sopravvissuta a quelle crisi perché nessuno ha costruito una struttura alternativa con legittimità comparabile per governare il calcio globale. La fragilità delle istituzioni monopoliste è esattamente questa: la loro posizione non dipende dalla qualità della governance, ma dall’assenza di alternative credibili. Le conseguenze durature arrivano quando l’erosione di credibilità raggiunge una massa critica tale da rendere sostenibile la costruzione di un’alternativa. Oggi non siamo ancora a quel punto.