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Fatto Bene: la comunicazione Trump, firmata Bannon

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Tabella dei Contenuti

Nel secondo numero della rubrica Fatto Bene analizziamo Flood The Zone, la strategia comunicativa formulata da Steve Bannon nel 2018, che ha rivoluzionato la comunicazione del Trump Bis. 

In apertura, prima di procedere in questo articolo, è importante mettere in chiaro questo punto.
L’articolo che segue analizza una strategia di comunicazione, e lo fa con lo stesso metodo con cui Bliss analizza qualsiasi altro fenomeno. L’endorsement, qui, è meramente tecnico. Non vengono perciò esposte posizioni politiche.
Chiarito questo, iniziamo.

Nel 2018 Steve Bannon disse, in un’intervista con Michael Lewis:

“I media sono la vera opposizione. E il modo per affrontarli è inondare la zona.”

La zona è l’attenzione pubblica. Il metodo è la saturazione.
Questo semplice concetto sarebbe stato applicato, pochi anni più tardi, nella strategia di comunicazione più efficace e più studiata degli ultimi vent’anni.

Il nome è Flood the Zone. Bliss l’ha analizzata, e qui la documentiamo.

Il primo mandato Trump: un prototipo

Ad essere sinceri, Donald Trump aveva utilizzato la saturazione mediatica già dal 2016. Solo che nel primo mandato il suo era ancora un sistema parziale. Le dichiarazioni si accumulavano, il ciclo delle notizie veniva distorto, l’opposizione faticava a costruire una narrativa coerente.
Insomma, funzionava, ma non ancora come sistema organizzato.

Semplicemente, nel 2017 l’amministrazione Trump non era ancora pronta. Molti dei collaboratori arrivavano dal mondo aziendale o accademico, senza esperienza di governo. Gli ordini esecutivi venivano firmati e poi bloccati dai tribunali perché redatti in fretta. La strategia della saturazione c’era, ma solo su carta, perché l’infrastruttura non reggeva il proprio stesso ritmo.

Ancora Bannon, nel 2019, disse:

“I media sono stupidi e sono pigri. Sanno concentrarsi solo su una cosa alla volta. Quindi tutto quello che dobbiamo fare è inondarli. Ogni giorno tirare fuori tre cose diverse. Si attaccheranno a una, ma faremo le altre due. Bang, bang, bang. Non si riprenderanno mai.”

Era teoria, ma il secondo mandato Trump l’avrebbe presto trasformata in pratica.

Solo Roosevelt, nei primi 100 giorni, ha firmato più ordini esecutivi: 99, contro gli “appena” 98 di Trump (ricordiamo però che Roosevelt fu presidente dal ’33, in piena Grande Depressioni, in tempi perciò di profonda emergenza).

Il secondo mandato Trump: il sistema

Il 20 gennaio 2025 Donald Trump torna alla Casa Bianca.
Quello che accade nei venti giorni successivi è strabiliante. Un vero e proprio fenomeno senza precedenti nella storia americana.

230 ordini esecutivi in un anno. Per confronto, Biden ne aveva firmati meno di un terzo.
Alla fine di gennaio, Trump aveva già firmato il 25% degli ordini esecutivi totali del suo primo mandato.

Questa volta l’amministrazione era preparata. Stephen Miller, deputy chief of staff, aveva trascorso i mesi tra novembre 2024 e gennaio 2025 a redigere tutti gli ordini esecutivi. Più di due terzi dei provvedimenti della prima settimana ricalcavano il blueprint del Project 2025, un documento di 922 pagine preparato dalla Heritage Foundation negli anni precedenti. La velocità sembrava caos. Era architettura.

Il Wall Street Journal scrisse che Trump stava “steamrolling” i critici con la strategia della zona. Il New York Times la definì “più grande, più ampia e più brutalmente efficiente” rispetto al primo mandato. Un ricercatore di Pew, a dicembre 2025, documentò che il 52% degli americani dichiarava di essere esausto dalla quantità di notizie. Ad agosto 2025, solo il 36% degli americani seguiva le notizie regolarmente, rispetto al 51% del 2016.

La strategia funzionava perché non produceva disinformazione. Produceva sovraccarico.

Parola all’Esperto

Luca Maletta, Head of Copywriting Bliss

Questa volta tocca a me analizzare la struttura strategica del Flood the Zone. Pregi, limiti, e quello che ogni professionista della comunicazione dovrebbe riconoscere in questo sistema.

Analisi Semiotica

Partiamo da una premessa. Flood the Zone è una strategia di governance dell’attenzione.
La comunicazione tradizionale lavora sulla qualità del segnale. La strategia Flood the Zone lavora sulla capacità di elaborazione del ricevente. In altre parole, significato vs contesto. Quello che Bannon aveva capito, e che il secondo mandato ha dimostrato e sta dimostrando (anche se in misura diversa, in questi ultimi mesi di guerra), è che l’attenzione umana è una risorsa.

E in quanto tale, può finire. Il sistema mediatico è costruito per processare una notizia alla volta: l’agenda setting ha sempre girato attorno a questo, e cioè creare una gerarchia tra le notizie, dando maggiore rilievo, spazio e diffusione alle notizie ritenute più interessanti.
Meno notizie ci sono, più l’agenda setting riesce ad autoregolarsi. Il problema arriva quando, invece di tre notizie, ne arrivano dieci, cento, mille. Appena questo succede, tanto l’agenda quanto la capacità umana di processazione salta. E questo porta disorientamento, e confusione.

Il risultato è evidente. NPR ha contato 46 dichiarazioni provenienti dalla Casa Bianca in quattro giorni nella terza settimana di febbraio 2025. In quel periodo, un ordine esecutivo che reintroduceva il blocco dello ius soli, bloccato definitivamente dai tribunali, ricevette una copertura minima. L’attenzione era già altrove: l’attenzione era ovunque e da nessuna parte insieme.

Il pregio tecnico del sistema è tutto qui, e va ammesso. Flood the Zone produce un vantaggio reale nella gestione del ciclo di notizie, e anche poi nel rapporto con l’opposizione. Quando le informazioni sono troppe, non si sa a cosa attaccarsi. I giornali vanno in affanno; i politici rivali non sanno costruire una narrativa coerente. Un vero e proprio overload sensoriale, che per vari mesi non si è fermato.

I limiti

Ovviamente la strategia ha i suoi limiti. Il primo è il costo dell’indifferenza. Una strategia basata sulla saturazione produce, nel tempo, un pubblico che smette di seguire. Appena il 36% degli americani segue oggi le notizie con regolarità. Nel 2016 la percentuale era del 51%.

Che poi, mi chiedo: sarà davvero un male, per loro? Nell’indifferenza generale un governo può lavorare meglio. Però, un pubblico esausto non è un pubblico fedele. E questo nel lungo periodo si noterà.
Trump sa di non potersi candidare (legalmente) per un terzo mandato. Se così non fosse, la sua strategia non sarebbe esattamente l’ideale per costruire una presidenza duratura.

Bannon e Trump in un meeting durante la prima presidenza Trump. Oggi il primo non ricopre ruoli ufficiali nell’amministrazione del Trump Bis, ma opera come principale guru ideologico e stratega MAGA.

Il secondo limite riguarda la coerenza narrativa, appunto, nel lungo periodo.
Flood the Zone eccelle nel gestire il presente. Governa il ciclo di notizie e il rapporto con l’opposizione. Ma ogni sistema di saturazione produce rumore; e quando tutto è urgente, niente sembra importante.
Il brand presidenziale, come qualsiasi brand, si costruisce sulla capacità di lasciare traccia. Più che traccia, il Trump Bis sta lasciando controversie. Era probabilmente programmato, ma ancora: più che Trump qui stiamo giudicando la sua strategia comunicativa, e perciò va specificato.

Il terzo limite è la dipendenza dal volume. Un sistema che funziona attraverso la saturazione richiede saturazione continua. Il momento in cui il volume cala, il meccanismo si inverte. L’attenzione torna disponibile. Le notizie precedenti tornano a essere processate. Opponendosi alla stampa, si diventa in questo modo dipendenti da essa.

Cosa insegna una comunicazione Fatta (fin troppo) Bene

La lezione che ogni professionista della comunicazione dovrebbe assorbire da questo caso non è (ovviamente) politica.
Riguarda piuttosto il rapporto tra velocità e struttura. Flood the Zone dimostra che è possibile governare l’attenzione pubblica con un sistema coerente e disciplinato, costruito in anticipo. E dimostra poi anche che la comunicazione trattata come architettura produce risultati che la comunicazione trattata come esecuzione non raggiungerà mai.

Al tempo stesso però, dimostra (a chi ha il coraggio di guardare oltre) che un sistema costruito per vincere il presente consuma il futuro.

Costruire la narrativa è più difficile che distruggerla. Richiede più tempo, più coerenza, più presidio.
Ma forse è l’unico investimento che non richiede un volume crescente per reggere.


Nuove Connessioni (FAQ)

Flood the Zone funziona solo in politica?

Il meccanismo è applicabile a qualsiasi contesto in cui l’attenzione è contesa. Nel mondo corporate, alcune organizzazioni utilizzano varianti di questa logica per gestire crisi reputazionali, saturando il ciclo di notizie con dichiarazioni e iniziative prima che una narrativa negativa si consolidi. Il principio è identico. La scala è diversa. I limiti strutturali restano gli stessi.

Qual è la differenza tra una strategia di saturazione e una di posizionamento?

La saturazione governa il presente. Il posizionamento costruisce il futuro. Una strategia di saturazione ottimizza per impedire all’opposizione di formarsi. Una strategia di posizionamento ottimizza per costruire una struttura mentale duratura nel pubblico di riferimento. Le due logiche non sono incompatibili, ma richiedono risorse diverse e producono risultati su orizzonti temporali diversi. Chi usa solo la saturazione vince i cicli e perde la guerra.

Cosa distingue l’esecuzione del secondo mandato da quella del primo?

L’infrastruttura. Nel 2017 la strategia esisteva ma l’organizzazione sottostante non reggeva il ritmo. Nel 2025, gli ordini esecutivi erano stati redatti nei mesi precedenti, il blueprint era pronto, i collaboratori erano già stati selezionati. La velocità sembrava un’improvvisazione. Era preparazione. Questo è il dato che il settore della comunicazione dovrebbe studiare con più attenzione: la saturazione che funziona non è mai casuale. È sempre il risultato di una governance costruita in anticipo.

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