Non chiamatela più intelligenza artificiale: il nuovo nome è superintelligenza. Lo ha annunciato ieri Donald Trump durante il suo discorso all’Assemblea generale dell’ONU.
Attenzione, però: è cambiato il nome, non la tecnologia.
Nonostante il grande sviluppo recente, infatti (dall’uscita di Astra a Opus 5.5, fino a MidJourney Medical), quella di Trump può e deve essere considerata solo una scelta politica. Propagandistica, se vogliamo.
Da oggi, secondo il presidente, i documenti del governo degli Stati Uniti dovrebbero parlare di super intelligence, o SI, al posto di artificial intelligence, AI. Una bella differenza, nell’impatto che suscita. Perché, si sa: in principio era il verbo, e quando cambia il nome con cui presentiamo qualcosa, cambia anche il modo in cui la percepiamo.

Che cosa è successo all’Assemblea generale dell’ONU
Nel suo intervento del 22 settembre, Trump ha spiegato di non apprezzare la parola artificiale.
A suo giudizio, fa sembrare l’IA una cosa finta, nei confronti della quale provare sospetto. Al contrario, quella di Anthropic e OpenAI è una tecnologia reale, utile e straordinaria. Per questo motivo, ha annunciato che nei documenti degli Stati Uniti il termine verrà sostituito con effetto immediato con il termine super intelligence.
Ma il discorso che ha tenuto non si è fermato qui.
Subito dopo ha collegato l’AI alla competizione internazionale e rivendicato il primato americano sulla Cina, promettendo di incoraggiarne lo sviluppo e respingendo ogni prospettiva di governo sulla sua evoluzione. Insomma, il nuovo nome dell’IA è entrato in un discorso sul potere degli Stati Uniti e in una rivendicazione su chi guiderà la prossima fase tecnologica.
Un puro esercizio di sovranità digitale.
Questo è quanto accaduto. Non resta che studiare i documenti pubblicati dal governo nei prossimi mesi per capire quanto l’amministrazione adotterà la nuova sigla SI.
Nel frattempo, la dichiarazione ha già prodotto il suo primo effetto: costringere tutti a chiedersi che cosa significhi davvero superintelligenza.

La superintelligenza esiste già?
Nel linguaggio della ricerca, la superintelligenza artificiale, abbreviata ASI, indica un sistema ipotetico capace di superare le capacità cognitive umane in più ambiti. È un concetto diverso dall’AI che oggi usiamo per scrivere, programmare o portare a termine compiti.
Il termine effettivo sarebbe AGI, o intelligenza artificiale generale. Si tratta della fase nella quale ci troviamo. Indica, in senso più ampio, l’idea di un sistema in grado di affrontare compiti intellettuali diversi con una flessibilità paragonabile a quella umana. Le definizioni e i criteri per riconoscerla sono ancora discussi, ma una cosa è certa: la vera superintelligenza (artificiale) trascende le persone. E non siamo ancora lì.
Oggi nessun sistema disponibile è riconosciuto come superintelligenza nel senso tecnico del termine. Alcuni modelli mostrano risultati notevoli in attività specifiche; questo, però, non significa che ci superino in ogni campo, e in senso più ampio. Chiamare “superintelligenza” tutta l’AI attuale non vuol dire che l’ASI sia qui. Anzi, è fuorviante.
E così, come al solito, le parole di Trump dividono e creano confusione (ecco altre 50 volte in cui è successo). E questo perché la stessa espressione finirebbe per indicare sia i sistemi già presenti nelle aziende sia una tecnologia futura di cui si discutono ancora possibilità e rischi.
Per chi deve prendere decisioni, tenere distinti questi significati è essenziale. Una cosa è valutare un software che oggi accede ai dati aziendali; un’altra è prepararsi agli scenari aperti di sistemi quasi da fantascienza.
La crescita dell’intelligenza artificiale
Tempo →
Perché cambiare nome proprio adesso
Il momento non è casuale.
Così come, ovviamente, non lo è la parola.
È noto come (e quanto insistentemente) nelle ultime settimane vari protagonisti dello sviluppo dell’AI abbiano chiesto tempo per studiare e contenere i rischi dei modelli avanzati.
Dal breach di Hugging Face di quest’estate, molte sono state le invocazioni a una “de-escalation tecnologica”. Dario Amodei, CEO di Anthropic, ha proposto di rallentare il ritmo con cui crescono le capacità dei sistemi, così da permettere alle misure di sicurezza di tenere il passo. OpenAI ha sostenuto che lo sviluppo e il rilascio dei modelli debbano poter rallentare o fermarsi quando non esistono garanzie sufficienti. Persino Elon Musk si è detto d’accordo.
Due posizioni con sfumature diverse, che mostrano però quanto il tema della velocità sia diventato centrale anche per chi costruisce la tecnologia. E che inevitabilmente condiziona l’opinione pubblica.
Trump, all’ONU, ha scelto di insistere sulla crescita e sulla leadership americana. Ha riconosciuto che ogni nuova tecnologia porta con sé delle sfide, ma ha trattato con scetticismo gli allarmi più gravi sull’AI.
In questa cornice, super è una parola efficace. Suggerisce forza, possibilità, superiorità competitiva. Di sicuro aiuta Trump a presentare l’AI come risorsa da conquistare e sviluppare, più che come arma da maneggiare con cautela. Una scelta linguistica deliberata.
Non è la prima volta.
Il precedente del Golfo del Messico aiuta a capire il metodo. Trump ha disposto la denominazione «Golfo d’America» nell’uso federale. Il mare è rimasto dov’era: persino le cartine internazionali ancora lo riportano con il “vecchio” nome. A cambiare è stato il nome scelto dal governo statunitense per rappresentarlo.
Con l’AI sta succedendo lo stesso. E una parola ripetuta in documenti, discorsi e notiziari diventa in fretta la cornice attraverso la quale milioni di persone comprendono un tema.

Che cosa cambia per le imprese
Per un’azienda, l’annuncio non richiede di sostituire subito AI con SI nelle presentazioni o nei piani strategici. Piuttosto, invita a riconoscere il rischio già presente: prendere decisioni sulla base di etichette troppo ampie.
Sotto la parola intelligenza artificiale convivono strumenti con funzioni e conseguenze molto, molto diverse tra loro.
Chi li governa? Un’impresa oggi deve partire da qui.
Quale problema risolve la SI? Su quali informazioni lavora? Può soltanto suggerire un’azione oppure può eseguirla? Chi verifica i risultati e chi interviene se qualcosa va storto?
Tutte domande utili oggi, con le tecnologie disponibili. E che diventeranno ancora più rilevanti se le capacità dei modelli continueranno a crescere, e ci supereranno.
Il dibattito sulla superintelligenza merita attenzione, ma non deve far perdere di vista le decisioni immediate. Un consiglio di amministrazione può discutere degli scenari futuri e, al contempo, chiedere una mappa precisa degli strumenti già utilizzati nei propri reparti. Può valutare le opportunità senza rinunciare a stabilire responsabilità, limiti e controlli.
Trump vuole eliminare la parola “artificiale” dal nostro vocabolario. Altri continueranno a usarla, perché descrive l’origine di questi sistemi. Il confronto sui nomi continuerà a lungo. Artificiale o super che sia, l’AI è già dentro le organizzazioni. E cosa decideremo di farne, e come sceglieremo di governarla, non dovrebbe dipendere dal nome.
Domina l’AI
Che sia “super” o “artificiale”, la governance è chiave
Prima della superintelligenza arrivano scelte concrete: quali attività l’AI può informare, raccomandare o eseguire, chi verifica gli output, quali dati escono dall’azienda e chi risponde di un errore. Allineati all’AI Act con il team di Bliss, definendo insieme i confini prima che li stabilisca lo strumento.
Domande frequenti
Perché Trump vuole chiamare l’intelligenza artificiale “super intelligence”?
Nel discorso del 22 settembre 2026 all’Assemblea generale dell’ONU, Donald Trump ha sostenuto che il termine artificial intelligence faccia apparire questa tecnologia come qualcosa di “finto” e ha detto di voler utilizzare super intelligence, abbreviato SI, nei documenti del governo statunitense. La scelta si inserisce nel modo in cui il presidente ha presentato l’AI come una tecnologia strategica per la leadership americana, ma non corrisponde alla nascita di una nuova categoria tecnologica. Nel linguaggio tecnico, infatti, la superintelligenza artificiale indica qualcosa di molto più specifico dei sistemi AI oggi disponibili.
AGI e superintelligenza artificiale sono la stessa cosa?
No. Con AGI, Artificial General Intelligence, si indica generalmente un sistema capace di affrontare attività intellettuali molto diverse con una flessibilità paragonabile a quella umana. La ASI, Artificial Superintelligence, descrive invece uno scenario ulteriore, nel quale le capacità del sistema supererebbero ampiamente quelle umane in numerosi domini. Le definizioni rimangono oggetto di discussione nella ricerca e non esiste oggi un sistema universalmente riconosciuto come ASI. Per questo utilizzare *super intelligence* come nuovo nome dell’intera intelligenza artificiale può sovrapporre due concetti che, sul piano tecnico, restano distinti.
Cosa cambia per le aziende se l’AI viene chiamata “super intelligence”?
Il cambio di terminologia annunciato negli Stati Uniti non modifica di per sé ciò che un sistema può fare, i dati a cui accede o i rischi derivanti dal suo utilizzo. Per un’impresa continua quindi a essere più utile classificare gli strumenti in base ai casi d’uso, alle autorizzazioni, ai dati trattati e al livello di autonomia concesso. È il principio alla base di una AI Policy aziendale: sapere quali strumenti vengono utilizzati, da chi, per quali attività e con quale supervisione. Anche gli obblighi di trasparenza introdotti dall’articolo 50 dell’AI Act dipendono dalle caratteristiche e dagli utilizzi dei sistemi, non dal nome con cui vengono presentati. Per un board, quindi, la domanda utile resta la stessa: che cosa può fare concretamente questo sistema dentro la nostra organizzazione e chi ne risponde?

