Da ventiquattro anni utilizziamo banconote che raffigurano edifici mai esistiti.
Finestre senza palazzo. Portali che non portano da nessuna parte. Astrazioni. Idee. Archetipi. Insomma, il riflesso perfetto dell’Unione Europea.
Per carità, in quel momento magari era la soluzione più prudente. Ma la prudenza non crea identità. E in ventiquattro anni, non ci è ancora riuscita.
Il 23 luglio 2026 però, la BCE ha mostrato dieci proposte per il futuro delle banconote in euro. Questa volta compaiono grandi pensatori e elementi naturali realmente esistenti. Tutto bello, ma chi li ha scelti? E perché non siamo stati noi?
Ancora una volta, l’UE crede di stare prendendo una scelta che riguarda i soldi. In realtà in ballo c’è la nostra identità.
Parliamone.

Ventiquattro anni di neutralità
Chi ricorda cosa c’è sopra la banconota da cinque euro?
Nessuno. Perché non esistono. Non sono iconici.
La Torre Eiffel è iconica. Il Colosseo è iconico. Un disegno idealizzato, no.
L’idea era simboleggiare la cooperazione attraverso ponti e portali, rappresentando stili architettonici della nostra cultura.
Un design studiato per non escludere qualcuno, pur non includendo davvero nessuno.
Neutralità prestabilita, che ha ridotto il rischio, senza produrre alcuna memoria.
Oggi finalmente la BCE fa marcia indietro e apre a una valuta che (al di là del gusto estetico soggettivo) si ispira alla cultura visiva contemporanea, tra pop art, grafica moderna e riconoscibilità. Dopo ventiquattro anni di neutralità assoluta, una boccata d’aria fresca. Che, però, non risolve il problema: chi ha scelto cosa rappresentare?

Due modi di raccontare l’Europa
Nello specifico, il soggetto di queste banconote è diviso in due macrotemi: “Cultura europea” e “Fiumi e uccelli”. Due risposte possibili alla domanda: cosa ci unisce?
E così, da una parte abbiamo personalità come la Callas, Cervantes, Leonardo da Vinci: grandi pensatori che superano i confini nazionali. Dall’altra, fiumi e uccelli della nostra geografia, che per natura sono abituati a nascere in un paese e spostarsi in un altro.
In entrambi i casi, l’Europa abbandona gli edifici immaginari e accetta di mostrare qualcosa di reale. Un cambiamento importante anche sul piano della Brand Identity, perché un’identità diventa più concreta quando i suoi valori trovano forme, volti e immagini capaci di renderli leggibili nei touchpoint (e quale touchpoint più importante c’è, per un’istituzione, delle proprie banconote?).
Tutto bellissimo, ma chi ha scelto cosa rappresentare?

Al voto, troppo tardi
Esatto, chi ha deciso che Maria Callas fosse la candidata ideale? Chi ha stabilito che Cervantes valesse più di Dante, o che una cicogna rappresentasse l’Europa meglio di un’aquila?
Un’azienda, selezionata attraverso un appalto pubblico.
Se l’Europa fosse stata davvero democratica come dice, non si sarebbe limitata al sondaggio condiviso in questi giorni per chiedere la nostra opinione.
I cittadini europei sono i titolari della moneta, quindi perché non siamo stati tutti noi a indicare chi volevamo vedere rappresentato?
Non è solo un dettaglio procedurale. Il modo in cui un’identità viene costruita comunica qualcosa, tanto quanto l’identità stessa. Un processo in cui gli esperti scelgono e i cittadini validano è un processo in cui la decisione reale è già stata presa prima che il pubblico venisse coinvolto.
Aprire la selezione ai cittadini avrebbe generato dibattito, confronto, disaccordi. Avrebbe costretto l’Europa a fare ciò che le riesce più difficile: decidere insieme chi è, invece di delegare la scelta a qualcun altro.
Magari quella conversazione (anche se difficile, anche se caotica) avrebbe prodotto appartenenza. Che vuole essere poi il senso di ciò che ci sta sopra…

L’Europa deve decidere cosa mostrare
Il problema non è il risultato ma la strada con cui ci si è arrivati.
Un’identità che viene costruita senza il coinvolgimento di chi dovrà abitarla può anche essere eccellente, bella e moderna. Ma rappresenta chi? Le istituzioni, o il popolo che le elegge?
Il voto di settembre è ancora aperto. Parteciparvi è l’unico modo per trasformare una validazione in qualcosa di più simile a una scelta. A quel punto, la scelta finale dirà quale Europa siamo pronti a riconoscere come nostra. Anche se il processo con cui è stata costruita dice già qualcosa.
Nuove connessioni (FAQ)
Perché la BCE vuole cambiare il disegno delle banconote?
La BCE sviluppa periodicamente nuove serie per mantenere le banconote sicure, resistenti e semplici da riconoscere. Le tecniche di contraffazione cambiano e richiedono caratteristiche di sicurezza aggiornate. Il redesign permette inoltre di migliorare l’accessibilità, anche per le persone con disabilità visive, e di ridurre l’impatto ambientale attraverso materiali e processi produttivi più sostenibili. Questa volta la BCE vuole anche rafforzare il legame tra i cittadini e la moneta comune, scegliendo immagini considerate più vicine all’identità e ai valori europei.
Chi ha deciso quali figure dovessero apparire sulle banconote?
La selezione è avvenuta in due fasi. Nella prima, un’azienda di design scelta attraverso un concorso ha sviluppato le proposte grafiche. Nella seconda, una giuria indipendente di ventuno esperti ha ridotto le candidature a dieci finalisti. I cittadini europei sono stati coinvolti solo nell’ultima fase: scegliere tra le opzioni già definite da altri. Chi ha stabilito che Maria Callas fosse un’opzione possibile, o che Leonardo valesse più di Dante, o che una cicogna rappresentasse l’Europa meglio di qualsiasi altro simbolo? Non i cittadini europei. Il pubblico ha potuto validare. Non ha potuto proporre.
Cosa possono imparare i brand dal redesign delle banconote?
Il progetto mostra quanto sia difficile aggiornare un’identità riconosciuta da milioni di persone senza perdere continuità. Ogni evoluzione deve proteggere gli elementi che producono fiducia e introdurre nello stesso tempo simboli capaci di rendere il sistema più vicino al proprio pubblico. Ma il caso dell’euro mostra anche qualcosa di più specifico: quando un’identità viene costruita senza coinvolgere chi dovrà abitarla, il risultato può essere graficamente eccellente e emotivamente distante. Il coinvolgimento del pubblico nei processi di identità non è una concessione populista. È il modo più efficace per produrre appartenenza reale.

